Cory Doctorow (Boingboing.net) e il Nonsenso del Copyright nell’Era Digitale

scritto da Matteo Baldan il 21 marzo 2009

Fuzzy Copyright

Fuzzy Copyright

Ha lasciato un’interessante scia di commenti sul web la conferenza di Cory Doctorow (craphound.com) tenutasi venerdì scorso nell’ambito di Meet the Media Guru, manifestazione che porta ogni anno a Milano le migliori menti della generazione digitale. Doctorow è scrittore di fantascienza e giornalista. Collabora con testate autorevoli come Wired, The New York Times e The Guardian. E occupa il quinto posto nella classifica di Forbes delle 25 celebrità del Web, settimo Beppe Grillo. Doctorow è infatti fondatore di uno dei blog più seguiti al mondo, boingboing.net.

Doctorow è da tempo impegnato nella battaglia per la revisione normativa del diritto d’autore, in favore della condivisione del sapere. E proprio il copyright nell’era digitale è stato il tema centrale del suo intervento a Meet the Media Guru. Doctorow paragona l’industria del cinema ad un signore che vive sul Vesuvio e che pretende di continuare a vivere su Vesuvio anche se il Vesuvio erutta. Insomma per Doctorow il copyright non ha più tanto senso.

Internet è la fotocopiatrice più perfetta e potente mai inventata, nota Doctorow. Ma l’industria dall’intrattenimento si rifiuta di prenderne atto e continua a immaginare scenari in cui persone hanno in casa un ampio schermo ultrapiatto con sotto un lettore digitale e una connessione ad alta velocità per scaricare film on demand. Questa idea insana ha indotto l’industria a investire ingenti capitali in tecnologie per la tutela dei diritti d’autore, tecnologie che si sono puntualmente rivelate fallimentari.

Una di queste è il Digital Right Managment ed è in forte sviluppo dal 1995. L’idea è di distribuire le opere sotto forma di file crittografati, decodificabili con una chiave, per lo più una stringa alfanumerica. Ma questa tecnica pone due problemi non risolvibili. Innanzitutto è impensabile che tutti i potenziali utenti siano in grado di reperire la chiave per decrittare i film. E poi gli hacker si dimostrano sempre abilissimi nell’individuare e condividere online le chiavi di protezione. L’anno scorso, ad esempio, hanno craccato in dieci minuti una tecnologia costata milioni di dollari.

Altra tecnologia presto dimostratasi fallimentare e il filtering. La creazione, cioè, di filtri che individuino automaticamente infrazioni al copyright e prevengano la propagazione di opere illegali sul Web. Il disastro di questa tecnica era d’altronde prevedibile considerando un male ineliminabile come lo spam. E pensare che la lotta all’odioso spam può contare sulla nostra piena collaborazione.

Il problema, nota infine Doctorow, è che Internet è una memoria infinita in cui le informazioni interessanti si riproducono rapidamente. E il lato positivo della questione è che l’uomo sta realizzando uno dei più bei sogni che abbia mai sognato: l’accesso universale e gratuito alla conoscenza.

(il Friuli — 13 marzo 2009)

Approfondimenti

[Foto | PugnoM]

{ 1 commento }

Fare Cinema con i Videogiochi e Second Life

scritto da Matteo Baldan il 7 marzo 2009

Machinema è la combinazione di due parole: “machine” e “cinema” o “animation” e si pronuncia “mascinema”. E’ un modo particolare di fare cinema. Il regista del machinema si chiama “machinist” o “machianimator” e si serve degli ambienti virtuali dei videogiochi o di mondi come Second Life per raccontare storie.

Machinema

Machinema

Viene spontaneo associare il machinema a film realizzati in computergrafica come Shrek o Monsters & co, ma in realtà il modo di realizzare un film in machinema è molto più vicino a quello di un film in presa diretta che al modo con cui la Pixar realizza le sue animazioni digitali. L’animazione in 3D al computer comporta, infatti, la creazione ex novo da parte dei programmatori di ambienti virtuali, sfondi, personaggi e oggetti. E anche delle leggi fisiche che regolano i movimenti all’interno di questi cosmi virtuali. Nel machinema, invece, i registi sfruttano il lavoro dei programmatori per muovere come burattini i personaggi di videogiochi come Halo e The Sims.

La storia del machinema inizia nel 1996 quando un gruppo di videogiocatori chiamato “The Rangers” crea un cortometraggio dal titolo “Diary of a Camper” registrando un filmato con la funzione demo di Quake. Una funzione che era stata concepita per permettere ai giocatori di registrare le loro valorose imprese e condividerle con gli amici. Ma i Rangers sono andati oltre e si sono serviti della modalità demo per raccontare una storia. Sono in seguito usciti altri film dello stesso genere che hanno preso il nome di “Quake films”.

Il pubblico dei primi machinema era per lo più costituito da giocatori, se non altro perché per vedere un filmato era necessario disporre di una copia del videogioco con cui era stato prodotto. Nel 2003 Rooster Teeth contribuisce a diffondere la conoscenza del machinema con la serie Red vs Blue, creata col motore grafico di Halo. Sono state prodotte tre stagioni di Red vs Blue per un totale di 100 episodi e qualche corto.

La popolarità del machinema è in continua ascesa e anche il cinema più tradizionale ha scoperto questo particolare modo di fare animazioni. Steven Spilberg, ad esempio, ha usato il machinema per studiare alcune scene del suo film A.I..

Esempi di machinema si possono vedere anche in televisione. MTV, ad esempio, trasmette uno show dal titolo Video Mods che fa uso del machinema per creare video musicali. E nell’ottobre del 2006 è stato prodotto un episodio del cartone animato “South Park” dal titolo “Make Love not Warcraft” che fa ampio uso del machinema. Questo episodio si fa le beffe dei videogiocatori, sempre troppo presi dai loro mondi virtuali per godersi la vita reale.

(ilFriuli — 3 marzo 2009)

Approfondimenti

{ 0 commenti }

Alla Ricerca di Atlantide

scritto da Matteo Baldan il 27 febbraio 2009

Atlantis

Atlantis

La settimana scorsa Bernie Bamford, un trentottenne ingegnere aeronautico di Chester, città inglese vicina al confine col Galles, esplorava gli oceani con Google Ocean, un’estensione di Google Earth. Scrollando e zoomando sull’Oceano Atlantico Bemford nota qualcosa di strano sul fondo oceanico nei pressi delle Isole Canarie. Un fitto reticolo di racchiuso in un rettangolo perfetto della superficie pari grosso modo a quella del Galles. Una forma che a all’ingegnere aeronautico Bemford ricorda molto quella di una città vista dall’alto, magari a bordo di un aereo. Una forma analoga a quella, ad esempio, della new town Milton Kenyes, fondata nel 1967 nel Sud Est dell’Inghilterra. E comunque, qualsiasi cosa sia, per Bemford quel disegno non può che rappresentare che un’opera dell’uomo.

E di che altro potrebbe trattarsi, allora, se non delle strade e delle mura di Atlantide, la mitica città sommersa di cui per primo parla Platone nel Timeo?
L’ingegner Bemford non sta nella pelle e non tarda ad informare i giornalisti del quotidiano Sun della sensazionale scoperta. Il giornale pubblica subito la notizia dopo aver sentito in merito il professor Charles Oster, esperto archeologo dell’Università di New York. Che si è subito dimostrato interessato:”Il luogo più di altri tra quelli finora indicati corrisponde alla descrizione di Platone. Questa scoperta merita immediatamente un’ispezione sul posto”.

La notizia, subito diffusa anche in rete, suscita grande interesse, finché non ci pensa Google a smorzare gli entusiasmi smontando con una nota ufficiale ogni possibile riferimento ad Atlantide. Google spiega infatti che l’immagine è un artificio ottico dovuto al suo sistema di mappatura dei fondali marini. In pratica le mura di Atlantide non sarebbero altro che le tracce dei sonar delle navi che misurano il fondo dell’Oceano.

La spiegazione di Google non convince tuttavia tutti i predatori della città sommersa e alcuni sospettano che qualcuno stia cercando disperatamente di nasconderci l’isola che “inabissando entro il mare, sì sparve.”

(ilFriuli — 27 febbraio 2009)

{ 0 commenti }

La Morte del “Web2.0”

scritto da Matteo Baldan il 20 febbraio 2009

A quasi cinque anni dalla prima edizione della “Web 2.0 Conference”, la scorsa settimana l’esperto tecnologico Robin Wauters ha teorizzato la morte del Web 2.0. Ha dichiarato la fine di un’epoca con un post su TechCrunch, l’importante blog tecnologico di cui Wauters è redattore; blog nato a metà del 2005 per “seguire le tracce del Web 2.0”.

Wauters ha un’intuizione viscerale. Sente che sta per concludersi un periodo della storia del Web e cerca argomenti a sostegno di questa tesi. Porta argomentazioni deboli, in verità. Prima nota che sono sempre meno le aziende che si presentano a TechCrunch come aziende 2.0. Poi, rendendosi conto dell’inconsistenza di questo argomento, interroga un oracolo moderno di nome Google Trends. Si tratta di una funzione di Google per rilevare l’evolvere di una data ricerca nel tempo e per aree geografiche. Wauters scopre così che il termine compare a metà del 2004, in corrispondenza della conferenza organizzata da Tim O’Really, che le ricerche del termine “web 2.0” iniziano a crescere rapidamente a metà del 2005, con la nascita di TC, che continuano ad aumentare fino alla fine del 2007, che da allora il loro trend è in calo e che oggi sono tornate ai livelli in cui erano all’inizio del 2006. Se continua così, conclude Wauters, entro il 2011 solo una manciata di individui cercherà con Google cose che hanno a che fare col Web 2.0.

Difficile, se non impossibile, tracciare i confini dell’epoca in cui si sta vivendo. Dai commenti al post di Wauters emerge proprio la difficoltà di leggere il presente. Per molti il Web 2.0 è sempre stata una sciocchezza, una parola inventata dagli esperti di marketing per sedurre gli investitori. Per altri segna invece un passo in avanti rispetto all’idea di sito web come brochure elettronica online. Per i designer del web è uno stile fatto di icone lucenti, angoli arrotondati e mille riflessi.

E c’è chi nota intanto che al calo di interesse per il Web 2.0 corrisponde l’ascesa del termine “social media”, e chi sostiene a ragione che il Web 2.0 sta sbiadendo perché sta emergendo il Web 3.0: il Web dei dispositivi e delle applicazioni mobili.

(ilFriuli — 20 febbraio 2009)

{ 2 commenti }

Sommersi di notizie

scritto da Matteo Baldan il 16 febbraio 2009

I media digitali accelerano e moltiplicano i flussi di informazioni. Tanto che a tutti noi capita prima o poi di soffrire per il sovraccarico di notizie che inesorabilmente invadono il nostro desktop virtuale e reale. Tante, troppe notizie che compromettono soprattutto la nostra attenzione, rendendoci sempre più distratti come spiega Maggie Jackson nel suo libro “Distracted: The Erosion of Attention and the Coming Dark Age”.
Messaggini, email, messaggi istantanei, richieste di amicizia su Facebook, tweets e altre interruzioni digitali ci costringono continuamente a sospendere le nostre attività rendendoci multitasking come gli odierni sistemi operativi. Ma le continue distrazioni hanno per noi e per la società costi crescenti che sono già piuttosto elevati.

Human Attention

Human Attention

Ricercatori come Gloria Mark hanno infatti appurato che chi svolge un lavoro intellettuale cambia mediamente attività ogni tre minuti e che gli occorrono circa trenta minuti per riprendere il compito interrotto. E così si finisce per perdere il 28 per cento di una giornata lavorativa spostando e recuperando l’attenzione da un compito all’altro. E poi chi è costantemente interrotto e non ha abbastanza tempo per concentrarsi finisce col sentirsi frustrato, stressato e sotto pressione. Per non parlare delle scadenze che diventano un vero incubo per i lavoratori distratti, sempre col fiato corto in quanto a tempo e attenzione.

Tuttavia, ritiene M. Jackson, il mondo non si è distratto improvvisamente da quando hanno iniziato a circolare telefoni cellulari, pc portatili e palmari. Abbiamo iniziato a perdere l’attenzione circa un secolo fa con la prima rivoluzione hi-tech, quando cioè i futuristi persero la testa per il telegrafo senza fili, la radio e gli aeroplani.

Oggi siamo però giunti alla saturazione. Il traffico sulle reti telematiche, al pari di quello veicolare, è eccessivo. Jackson teorizza dunque un approccio ecologico al pianeta che comporti anche la rinascita dell’attenzione e del pensiero profondo.

In questa ottica è importante trattare la distrazione come un problema sociale e ambientale. Da noi calma e riflessione non sono infatti particolarmente apprezzate all’interno degli ambienti di lavoro. Il lavoratore modello è frenetico, sempre senza tempo e costantemente interrotto. Accettando questo stereotipo, osserva Jackson, ci facciamo un grande torto.

(il Friuli — 13 febbraio 2009)

Approfondimenti

{ 0 commenti }

Il Dilemma della Privacy

scritto da Matteo Baldan il 6 febbraio 2009

Il Panopticon è un carcere ideale progettato da Jeremy Bentham nel 1791. Un penitenziario dalla forma radiocentrica che avrebbe dovuto permettere ad un solo guardiano di tener d’occhio tutti i prigionieri contemporaneamente senza che questi se ne rendessero conto. Un progetto in cui il filosofo francese Michel Foucault ha colto la metafora e l’incubo dell’ascolto-sorveglianza.
Internet come Panopticon è una prospettiva lugubre ma realistica in merito alla quale lo scorso 28 gennaio si sono aperti diversi dibattiti on e offline, in occasione della seconda Giornata dei dati personali.

Panopticon

Panopticon

Tutti i principali blog tecnologici hanno dedicato ampi spazi all’approfondimento delle questioni legate alla privacy al tempo di Internet. Particolarmente interessati sono il post che Erick Schonfeld ha scritto per TechCrunch.com e la relativa discussione tra lettori. Schonfeld riassume nel suo post la discussione avuta col responsabile per la privacy di Microsoft, Peter Cullen. MS ha, infatti, condotto una ricerca sull’atteggiamento degli utenti rispetto alla privacy da cui è emersa una sorprendente affinità di comportamento tra persone di diversa età, sesso e condizione sociale. Questa ricerca ha rilevato un diffuso senso di rassegnazione da parte degli utenti, i quali sentono di perdere ogni controllo sui propri dati non appena questi sono pubblicati in rete. Si è inoltre scoperto che le persone si servono di tecnologie come antivirus e spyware per mettersi a posto con la coscienza, ma che non sono certe che queste siano abbastanza efficaci per proteggere la loro vita privata. Infine è emerso che gli utenti si ritengono responsabili dei loro dati personali, ma che non sanno come questi vengano trattati dai siti web a cui li affidano.

Il numero e il tono dei commenti al post danno conto di quanto quello della privacy sia un problema sentito. Diverse sono le preoccupazioni manifestate: chi è in ansia per i furti di dati sensibili, come quelli della propria carta di credito, chi teme per l’uso improprio della rete da parte dei figli, ma su una cosa siamo tutti d’accordo: serve una tecnologia che ci dia pieno controllo sui nostri dati personali.

(il Friuli — 6 febbraio 2009)

{ 3 commenti }

La crisi entra nel Web

scritto da Matteo Baldan il 4 febbraio 2009

Negli articoli precedenti ci siamo occupati dello sviluppo dei maggiori blog sul Web 2.0 ripercorrendo la storia, in questo senso paradigmatica, di TechCrunch.com e analizzando le ragioni del suo grande successo. Ma quale futuro si prospetta per Michael Arrington e per altri pezzi grossi del Web 2.0 come Om Malik (GigaOm), Richard MacManus (ReadWriteWeb), Pete Cashmore (Mashable) e Allan Stern (CenterNetworks)?

L’economia sta attraversando un periodo colmo di incertezze, una fase di cui non si intravede ancora la fine e gli investitori sono restii a finanziare le startup 2.0. Gli esperti si sforzano quindi di prevedere gli effetti della crisi sui grandi blog 2.0 e le loro possibili strategie per fronteggiare questo particolare momento negativo. Si chiedono, dunque, se questi avranno a disposizione risorse sufficienti per sostenere la crescita, o per lo meno per mantenere lo status quo; e quale impatto potrebbe avere su di loro il calo delle vendite degli spazi pubblicitari, soprattutto a startup in cerca di visibilità; e se la probabile contrazione nel numero di nuove aziende comporti un calo di informazioni e quindi di potere attrattivo rispetto ai lettori. Se dunque il Web 2.0 dovesse diventare meno attivo e dinamico cos’accadrebbe alle aziende che se ne occupano?

Secondo l’esperto di Social Media Mark Evans big del Web 2.0 come TechCrunch e GigaOm supereranno la crisi perché possono contare su brand affermati, oltre ai blog portano avanti altre attività come l’organizzazione di conferenze e hanno costi di gestione consolidati e relativamente bassi. Sebbene dovranno gestire le spese con oculatezza, Evans ritiene che se TC e gli altri ce la faranno ad uscire dalla crisi relativamente incolumi si troveremmo più forti di prime e non mancheranno loro occasioni per rilevare attività meno fortunate.

Il blogger tecnologico Robert Scoble sottolinea invece che un altro grosso problema per i grandi del Web 2.0 è che il traffico si sta spostando dai blog ai Social Networks e che i big non sono ancora riusciti a capire come comportarsi nei confronti dei Social Media. Al che Steve Rubel risponde che i Social non sono alternativi ai blog e che, anzi, ci aiuteranno sempre più a filtrare i contenuti guidandoci ai volta in volta verso i blog o verso i media tradizionali. A questo punto Elias Bizannes fa giustamente notare che il problema maggiore è sempre più costituito dall’economia dell’attenzione per via dell’immane quantità di informazioni continuamente pubblicate online. E allora al di là della crisi saranno le persone a selezionare i contenitori informativi più interessanti, compatibilmente al tempo a loro disposizione per navigare in rete.

(il Friuli — 30 gennaio 2009)

{ 0 commenti }

Storia di una delle maggiori storie di successo della Silicon Valley

scritto da Matteo Baldan il 31 gennaio 2009

Nell’articolo precedente abbiamo visto come TechCrunch(.com), il celebre blog sul Web 2.0, nato nel giugno 2005 per iniziativa di Michael Arrington, sia diventato nel giro di pochi mesi uno dei più importanti luoghi di discussione della Rete in fatto di nuove tecnologie. Ma quali sono le ragioni del successo di TC?

Innanzitutto il fatto che TC non è solo un blog, ma anche un luogo di incontro. Da subito Arrington ha intrapreso un’intensa attività di pubbliche relazioni, mettendo in contatto persone, creando occasioni di dibattito e in seguito dando il via a cicli di conferenze che sono diventati un’ulteriore fonte di guadagno per TC.

In secondo luogo Arrington ha saputo essere al posto giusto al momento giusto, intuendo prima di altri che dopo lo scoppio della bolla speculativa del 2001 e il crollo delle dot-com ci sarebbe stato un nuovo boom tecnologico. Egli ha saputo dunque individuare un crescente trend di investimenti e ha costruito una comunità attorno al Web 2.0 ponendosi alla guida della stessa. Arrington ha inoltre dimostrato grande intelligenza e abilità comunicative. Si è, infatti, costruito l’immagine del profano in fatto di tecnologie e ha adottato linguaggio chiaro e semplice che si accompagna ad un uso sapiente delle immagini.

Arrington ha infine saputo interpretare desideri e aspettative del mercato. Essendo un consulente legale era più a contatto di altri imprenditori con gli investitori e ha saputo cogliere l’ansia di questi ultimi di non farsi sfuggire il prossimo Google o Facebook. Allo stesso modo ha saputo sfruttare il forte desiderio degli imprenditori di farsi conoscere dagli investitori dando loro una vetrina per pubblicare annunci pubblicitari, proponendo allo stesso tempo alla gente ricerche di mercato interessanti e continuamente aggiornate.

Abbiano così ripercorso a grandi linee la storia da TC, uno dei più importanti blog del Web 2.0, dando anche conto delle ragioni del suo successo. Nel prossimo articolo entreremo nel vivo del dibattito figurandoci cosa riserva il 2009 e l’incombente crisi economica a TechCrunch, GigaOm, Mashable e agli altri blog del Web 2.0.

(il Friuli — 16 gennaio 2009)

{ 0 commenti }

Quale futuro per i grandi blog 2.0?

scritto da Matteo Baldan il 30 gennaio 2009

Si è aperto in rete un dibattito sul futuro dei grandi blog sul Web 2.0, blog come TechCrunch, GigaOm, ReadWriteWeb e altri. Il tema suscita l’interesse di autorevoli blogger e giornalisti esperti in nuove tecnologie perché per alcuni anni il concetto di Web 2.0 è stato un importante punto di riferimento per aziende e investitori della new economy. Se quindi i blog del Web 2.0 dovessero modificare le loro posizioni e strategie per effetto dell’incombente crisi economica, questo comporterebbe un nuovo modo di pensare il Web.

Per cogliere il senso del dibattito ci soffermeremo in quest’articolo su TechCrunch(.com), una delle maggiori storie di successo della Silicon Valley. Vediamo dunque come Michael Arrington, un procuratore legale e imprenditore 35enne con scarse prospettive di successo, è entrato nella classifica del Time delle persone più influenti del mondo grazie a TC.

Arrington lavorava allo sviluppo di aziende orientate a fornire soluzioni con le tecnologie del Web 2.0 quando il protoblogger Dave Winer (scripting.com) lo ammonì: “se vuoi creare una nuova azienda, prenditi almeno il disturbo di studiare ciò che le altre aziende hanno già realizzato”. E così l’11 giugno del 2005 Arrington inaugurò TC. La popolarità del blog ha iniziato da subito a crescere a ritmi sostenuti. A ottobre del 2005 TC si era posizionato al 566esimo posto della classifica di Technorati, il celebre motore di ricerca dei blog, grazie al numero di link in ingresso provenienti da altri siti. A dicembre il blog era già salito al 96esimo posto. L’anno successivo, in giugno, ha raggiunto il quarto posto e da allora oscilla tra la seconda e la terza posizione, ben distanziato dall’Huffington Post, saldamente al comando.

Durante il primo anno su TC sono stati scritti 23.713 commenti, con 1-2 milioni di pagine viste al mese. Il secondo anno il numero di articoli è raddoppiato, sono stati lasciati 115.608 commenti, il numero di abbonati al feed RSS è salito a 435mila utenti e le pagine viste ogni mese sono state mediamente 4 milioni e mezzo. A settembre dello scorso anno gli abbonati hanno superato il milione.

La crescita di TC è stata dunque esponenziale, anche se, come vedremo nel prossimo articolo, le ragioni del suo successo risiedono nei primi cinque mesi dalla pubblicazione del primo post.

(il Friuli — 9 gennaio 2009)

{ 0 commenti }

Ecco come sarà Internet fra dieci anni

scritto da Matteo Baldan il 27 dicembre 2008

Pew Internet & American Life Project ha da poco pubblicato i risultati di un sondaggio sul futuro di Internet. Pew è un centro di ricerca di Washington che studia l’impatto di Internet sui bambini, le famiglie, le comunità, il mondo del lavoro, la salute e la vita politica e sociale. 578 tra i principali attivisti, sviluppatori e teorici della Rete si sono espressi su alcuni scenari che descrivono gli effetti di Internet sulla vita sociale, politica ed economica nell’anno 2020. Nel sondaggio sono state coinvolte a diverso titolo altre 610 persone direttamente interessate dagli sviluppi delle tecnologie Web e dai loro effetti sulla vita sociale.

Dal sondaggio apprendiamo che i dispositivi mobili, come telefoni cellulari e smartphone, saranno la principale via d’accesso alla Rete per gran parte della popolazione mondiale. I dispositivi mobili continueranno, infatti, a diffondersi perché la gente ha bisogno di connettersi al Web da ogni luogo. Gli esperti precisano, però, che la disponibilità della connessione dipende molto dalla volontà da parte di governi e aziende private di fornire l’accesso alla Rete, in quanto bene pubblico.

Internet difficilmente renderà le persone più tolleranti: per quanto la Rete offra maggiori possibilità di confronto con culture diverse, favorisce anche la diffusione di fanatismo e intolleranza. Gli esperti ritengono, infatti, che la tendenza spontanea degli uomini a ritrovarsi tra persone che la pensano allo stesso modo e a farsi tribù sia troppo forte per poter essere messa in discussione da tecnologie che favoriscono la comunicazione e fanno fluire le informazioni.

E’ poco probabile che su affermi una tecnologia per tutelare le opere protette dai diritti d’autore. Alcuni intervistati hanno usato la frase: “Il cavallo è fuori dal recinto”; per dire che il vecchio sistema di protezione della proprietà intellettuale non è più al passo coi tempi. Altri hanno parlato di “corsa agli armamenti”, alludendo alla continua lotta tra chi cercherà ci imporre controlli sull’accesso alle opere protette da copyright e chi farà di tutto per aggirarli.

Gli esperti sono divisi dalla previsione sull’aumento della trasparenza in Rete e con esso della benevolenza tra cittadini digitali. Alcuni hanno notato che l’aumento della trasparenza è una forza inarrestabile con i suoi pro e i suoi contro: una maggiore trasparenza potrebbe condizionare positivamente le persone invitandole a preservare la propria integrità morale, ma allo stesso tempo ci rende tutti più vulnerabili e quindi esposti a maggiori rischi.

Difficile prevedere se aumenterà la popolarità di ambienti virtuali tipo Second Life. Alcuni affermano che entro il 2020 la Realtà Virtuale sarà tanto diffusa da rendere sfumati i confini della realtà. Molti tuttavia pensano che per il 2020 la VR non avrà ancora raggiunto sufficienti livelli di accuratezza e che resterà pertanto appannaggio di gamers e smanettoni.

Per il 2020 gran parte delle interfacce utente prevederà il riconoscimento vocale e l’uso di tastiere virtuali che permetteranno interazioni tattili e gestuali con il calcolatore. Alcuni hanno prevedono addirittura la diffusione di interfacce basate sul controllo mentale della macchina da parte dell’uomo.

La struttura di Internet resterà invariata ma sarà certamente potenziata e migliorata. I principali cambiamenti previsti sono: l’istituzione del nuovo protocollo IPv6 e lo sviluppo del Web Semantico.

Il tempo lavorativo e quello dedicato agli impegni personali tenderanno sempre più a sovrapporsi. Tuttavia non tutti vedono questo scenario in positivo. Si teme, infatti, che essere sempre sulla graticola, ooops online, possa comportare un aumento dello stress nervoso e compromettere la propria vita sociale e familiare.

(il Friuli — 24 dicembre 2008)

{ 0 commenti }