Il Panopticon è un carcere ideale progettato da Jeremy Bentham nel 1791. Un penitenziario dalla forma radiocentrica che avrebbe dovuto permettere ad un solo guardiano di tener d’occhio tutti i prigionieri contemporaneamente senza che questi se ne rendessero conto. Un progetto in cui il filosofo francese Michel Foucault ha colto la metafora e l’incubo dell’ascolto-sorveglianza.
Internet come Panopticon è una prospettiva lugubre ma realistica in merito alla quale lo scorso 28 gennaio si sono aperti diversi dibattiti on e offline, in occasione della seconda Giornata dei dati personali.
Panopticon
Tutti i principali blog tecnologici hanno dedicato ampi spazi all’approfondimento delle questioni legate alla privacy al tempo di Internet. Particolarmente interessati sono il post che Erick Schonfeld ha scritto per TechCrunch.com e la relativa discussione tra lettori. Schonfeld riassume nel suo post la discussione avuta col responsabile per la privacy di Microsoft, Peter Cullen. MS ha, infatti, condotto una ricerca sull’atteggiamento degli utenti rispetto alla privacy da cui è emersa una sorprendente affinità di comportamento tra persone di diversa età, sesso e condizione sociale. Questa ricerca ha rilevato un diffuso senso di rassegnazione da parte degli utenti, i quali sentono di perdere ogni controllo sui propri dati non appena questi sono pubblicati in rete. Si è inoltre scoperto che le persone si servono di tecnologie come antivirus e spyware per mettersi a posto con la coscienza, ma che non sono certe che queste siano abbastanza efficaci per proteggere la loro vita privata. Infine è emerso che gli utenti si ritengono responsabili dei loro dati personali, ma che non sanno come questi vengano trattati dai siti web a cui li affidano.
Il numero e il tono dei commenti al post danno conto di quanto quello della privacy sia un problema sentito. Diverse sono le preoccupazioni manifestate: chi è in ansia per i furti di dati sensibili, come quelli della propria carta di credito, chi teme per l’uso improprio della rete da parte dei figli, ma su una cosa siamo tutti d’accordo: serve una tecnologia che ci dia pieno controllo sui nostri dati personali.
(il Friuli — 6 febbraio 2009)

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Credo che, prima ancora della tecnologia, servirebbe una maggiore chiarezza e trasparenza da parte di chi tratta i nostri dati personali.
Stefano,
lei solleva una questione molto importante. Occorre considerare, però, che la maggior parte degli utenti, e fra questi mi ci metto dentro anch’io, si sentono comunque a disagio nel dare informazioni personali ad aziende private. Che uso potrà mai fare dei miei dati personali un’azienda come Facebook o MySpace?
Perciò io ritengo che sarebbe importante che i dati personali fossero gestibili da noi utenti per mezzo di una piattaforma/tecnologia pubblica. Ma mi rendo conto delle difficoltà che la creazione di una simile strumento comporta, difficoltà dovute per lo più al fatto che Internet è una rete internazionale e che quindi per definire delle politiche condivise è necessaria la collaborazione tra i governi dei diversi Paesi.
Certamente, il disagio è comprensibile e c’è anche da parte mia.
Però io credo che se un azienda adottasse un atteggiamento di completa trasparenza nella gestione dei dati personali altrui, supportata da policies scritte in modo da essere comprensibili a tutti e, magari, da attestazioni di enti indipendenti che certifichino la conformità dei processi di trattamento degli stessi dati, l’atteggiamento di molti utenti sarebbe meno timoroso e ne beneficerebbero in molti.
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