scritto da Matteo Baldan il 27 febbraio 2009

Atlantis
La settimana scorsa Bernie Bamford, un trentottenne ingegnere aeronautico di Chester, città inglese vicina al confine col Galles, esplorava gli oceani con Google Ocean, un’estensione di Google Earth. Scrollando e zoomando sull’Oceano Atlantico Bemford nota qualcosa di strano sul fondo oceanico nei pressi delle Isole Canarie. Un fitto reticolo di racchiuso in un rettangolo perfetto della superficie pari grosso modo a quella del Galles. Una forma che a all’ingegnere aeronautico Bemford ricorda molto quella di una città vista dall’alto, magari a bordo di un aereo. Una forma analoga a quella, ad esempio, della new town Milton Kenyes, fondata nel 1967 nel Sud Est dell’Inghilterra. E comunque, qualsiasi cosa sia, per Bemford quel disegno non può che rappresentare che un’opera dell’uomo.
E di che altro potrebbe trattarsi, allora, se non delle strade e delle mura di Atlantide, la mitica città sommersa di cui per primo parla Platone nel Timeo?
L’ingegner Bemford non sta nella pelle e non tarda ad informare i giornalisti del quotidiano Sun della sensazionale scoperta. Il giornale pubblica subito la notizia dopo aver sentito in merito il professor Charles Oster, esperto archeologo dell’Università di New York. Che si è subito dimostrato interessato:”Il luogo più di altri tra quelli finora indicati corrisponde alla descrizione di Platone. Questa scoperta merita immediatamente un’ispezione sul posto”.
La notizia, subito diffusa anche in rete, suscita grande interesse, finché non ci pensa Google a smorzare gli entusiasmi smontando con una nota ufficiale ogni possibile riferimento ad Atlantide. Google spiega infatti che l’immagine è un artificio ottico dovuto al suo sistema di mappatura dei fondali marini. In pratica le mura di Atlantide non sarebbero altro che le tracce dei sonar delle navi che misurano il fondo dell’Oceano.
La spiegazione di Google non convince tuttavia tutti i predatori della città sommersa e alcuni sospettano che qualcuno stia cercando disperatamente di nasconderci l’isola che “inabissando entro il mare, sì sparve.”
(ilFriuli — 27 febbraio 2009)
scritto da Matteo Baldan il 20 febbraio 2009
A quasi cinque anni dalla prima edizione della “Web 2.0 Conference”, la scorsa settimana l’esperto tecnologico Robin Wauters ha teorizzato la morte del Web 2.0. Ha dichiarato la fine di un’epoca con un post su TechCrunch, l’importante blog tecnologico di cui Wauters è redattore; blog nato a metà del 2005 per “seguire le tracce del Web 2.0”.
Wauters ha un’intuizione viscerale. Sente che sta per concludersi un periodo della storia del Web e cerca argomenti a sostegno di questa tesi. Porta argomentazioni deboli, in verità. Prima nota che sono sempre meno le aziende che si presentano a TechCrunch come aziende 2.0. Poi, rendendosi conto dell’inconsistenza di questo argomento, interroga un oracolo moderno di nome Google Trends. Si tratta di una funzione di Google per rilevare l’evolvere di una data ricerca nel tempo e per aree geografiche. Wauters scopre così che il termine compare a metà del 2004, in corrispondenza della conferenza organizzata da Tim O’Really, che le ricerche del termine “web 2.0” iniziano a crescere rapidamente a metà del 2005, con la nascita di TC, che continuano ad aumentare fino alla fine del 2007, che da allora il loro trend è in calo e che oggi sono tornate ai livelli in cui erano all’inizio del 2006. Se continua così, conclude Wauters, entro il 2011 solo una manciata di individui cercherà con Google cose che hanno a che fare col Web 2.0.
Difficile, se non impossibile, tracciare i confini dell’epoca in cui si sta vivendo. Dai commenti al post di Wauters emerge proprio la difficoltà di leggere il presente. Per molti il Web 2.0 è sempre stata una sciocchezza, una parola inventata dagli esperti di marketing per sedurre gli investitori. Per altri segna invece un passo in avanti rispetto all’idea di sito web come brochure elettronica online. Per i designer del web è uno stile fatto di icone lucenti, angoli arrotondati e mille riflessi.
E c’è chi nota intanto che al calo di interesse per il Web 2.0 corrisponde l’ascesa del termine “social media”, e chi sostiene a ragione che il Web 2.0 sta sbiadendo perché sta emergendo il Web 3.0: il Web dei dispositivi e delle applicazioni mobili.
(ilFriuli — 20 febbraio 2009)
scritto da Matteo Baldan il 16 febbraio 2009
I media digitali accelerano e moltiplicano i flussi di informazioni. Tanto che a tutti noi capita prima o poi di soffrire per il sovraccarico di notizie che inesorabilmente invadono il nostro desktop virtuale e reale. Tante, troppe notizie che compromettono soprattutto la nostra attenzione, rendendoci sempre più distratti come spiega Maggie Jackson nel suo libro “Distracted: The Erosion of Attention and the Coming Dark Age”.
Messaggini, email, messaggi istantanei, richieste di amicizia su Facebook, tweets e altre interruzioni digitali ci costringono continuamente a sospendere le nostre attività rendendoci multitasking come gli odierni sistemi operativi. Ma le continue distrazioni hanno per noi e per la società costi crescenti che sono già piuttosto elevati.

Human Attention
Ricercatori come Gloria Mark hanno infatti appurato che chi svolge un lavoro intellettuale cambia mediamente attività ogni tre minuti e che gli occorrono circa trenta minuti per riprendere il compito interrotto. E così si finisce per perdere il 28 per cento di una giornata lavorativa spostando e recuperando l’attenzione da un compito all’altro. E poi chi è costantemente interrotto e non ha abbastanza tempo per concentrarsi finisce col sentirsi frustrato, stressato e sotto pressione. Per non parlare delle scadenze che diventano un vero incubo per i lavoratori distratti, sempre col fiato corto in quanto a tempo e attenzione.
Tuttavia, ritiene M. Jackson, il mondo non si è distratto improvvisamente da quando hanno iniziato a circolare telefoni cellulari, pc portatili e palmari. Abbiamo iniziato a perdere l’attenzione circa un secolo fa con la prima rivoluzione hi-tech, quando cioè i futuristi persero la testa per il telegrafo senza fili, la radio e gli aeroplani.
Oggi siamo però giunti alla saturazione. Il traffico sulle reti telematiche, al pari di quello veicolare, è eccessivo. Jackson teorizza dunque un approccio ecologico al pianeta che comporti anche la rinascita dell’attenzione e del pensiero profondo.
In questa ottica è importante trattare la distrazione come un problema sociale e ambientale. Da noi calma e riflessione non sono infatti particolarmente apprezzate all’interno degli ambienti di lavoro. Il lavoratore modello è frenetico, sempre senza tempo e costantemente interrotto. Accettando questo stereotipo, osserva Jackson, ci facciamo un grande torto.
(il Friuli — 13 febbraio 2009)
Approfondimenti
scritto da Matteo Baldan il 6 febbraio 2009
Il Panopticon è un carcere ideale progettato da Jeremy Bentham nel 1791. Un penitenziario dalla forma radiocentrica che avrebbe dovuto permettere ad un solo guardiano di tener d’occhio tutti i prigionieri contemporaneamente senza che questi se ne rendessero conto. Un progetto in cui il filosofo francese Michel Foucault ha colto la metafora e l’incubo dell’ascolto-sorveglianza.
Internet come Panopticon è una prospettiva lugubre ma realistica in merito alla quale lo scorso 28 gennaio si sono aperti diversi dibattiti on e offline, in occasione della seconda Giornata dei dati personali.

Panopticon
Tutti i principali blog tecnologici hanno dedicato ampi spazi all’approfondimento delle questioni legate alla privacy al tempo di Internet. Particolarmente interessati sono il post che Erick Schonfeld ha scritto per TechCrunch.com e la relativa discussione tra lettori. Schonfeld riassume nel suo post la discussione avuta col responsabile per la privacy di Microsoft, Peter Cullen. MS ha, infatti, condotto una ricerca sull’atteggiamento degli utenti rispetto alla privacy da cui è emersa una sorprendente affinità di comportamento tra persone di diversa età, sesso e condizione sociale. Questa ricerca ha rilevato un diffuso senso di rassegnazione da parte degli utenti, i quali sentono di perdere ogni controllo sui propri dati non appena questi sono pubblicati in rete. Si è inoltre scoperto che le persone si servono di tecnologie come antivirus e spyware per mettersi a posto con la coscienza, ma che non sono certe che queste siano abbastanza efficaci per proteggere la loro vita privata. Infine è emerso che gli utenti si ritengono responsabili dei loro dati personali, ma che non sanno come questi vengano trattati dai siti web a cui li affidano.
Il numero e il tono dei commenti al post danno conto di quanto quello della privacy sia un problema sentito. Diverse sono le preoccupazioni manifestate: chi è in ansia per i furti di dati sensibili, come quelli della propria carta di credito, chi teme per l’uso improprio della rete da parte dei figli, ma su una cosa siamo tutti d’accordo: serve una tecnologia che ci dia pieno controllo sui nostri dati personali.
(il Friuli — 6 febbraio 2009)
scritto da Matteo Baldan il 4 febbraio 2009
Negli articoli precedenti ci siamo occupati dello sviluppo dei maggiori blog sul Web 2.0 ripercorrendo la storia, in questo senso paradigmatica, di TechCrunch.com e analizzando le ragioni del suo grande successo. Ma quale futuro si prospetta per Michael Arrington e per altri pezzi grossi del Web 2.0 come Om Malik (GigaOm), Richard MacManus (ReadWriteWeb), Pete Cashmore (Mashable) e Allan Stern (CenterNetworks)?
L’economia sta attraversando un periodo colmo di incertezze, una fase di cui non si intravede ancora la fine e gli investitori sono restii a finanziare le startup 2.0. Gli esperti si sforzano quindi di prevedere gli effetti della crisi sui grandi blog 2.0 e le loro possibili strategie per fronteggiare questo particolare momento negativo. Si chiedono, dunque, se questi avranno a disposizione risorse sufficienti per sostenere la crescita, o per lo meno per mantenere lo status quo; e quale impatto potrebbe avere su di loro il calo delle vendite degli spazi pubblicitari, soprattutto a startup in cerca di visibilità; e se la probabile contrazione nel numero di nuove aziende comporti un calo di informazioni e quindi di potere attrattivo rispetto ai lettori. Se dunque il Web 2.0 dovesse diventare meno attivo e dinamico cos’accadrebbe alle aziende che se ne occupano?
Secondo l’esperto di Social Media Mark Evans big del Web 2.0 come TechCrunch e GigaOm supereranno la crisi perché possono contare su brand affermati, oltre ai blog portano avanti altre attività come l’organizzazione di conferenze e hanno costi di gestione consolidati e relativamente bassi. Sebbene dovranno gestire le spese con oculatezza, Evans ritiene che se TC e gli altri ce la faranno ad uscire dalla crisi relativamente incolumi si troveremmo più forti di prime e non mancheranno loro occasioni per rilevare attività meno fortunate.
Il blogger tecnologico Robert Scoble sottolinea invece che un altro grosso problema per i grandi del Web 2.0 è che il traffico si sta spostando dai blog ai Social Networks e che i big non sono ancora riusciti a capire come comportarsi nei confronti dei Social Media. Al che Steve Rubel risponde che i Social non sono alternativi ai blog e che, anzi, ci aiuteranno sempre più a filtrare i contenuti guidandoci ai volta in volta verso i blog o verso i media tradizionali. A questo punto Elias Bizannes fa giustamente notare che il problema maggiore è sempre più costituito dall’economia dell’attenzione per via dell’immane quantità di informazioni continuamente pubblicate online. E allora al di là della crisi saranno le persone a selezionare i contenitori informativi più interessanti, compatibilmente al tempo a loro disposizione per navigare in rete.
(il Friuli — 30 gennaio 2009)