L’era dei petabyte e la fine del metodo scientifico

scritto da Matteo Baldan il 1 agosto 2008

Il direttore di Wired, Chris Anderson, ha scritto sul numero di luglio della sua autorevole rivista un articolo che sta facendo molto discutere anche in Italia. Anderson proclama, infatti, la fine del metodo scientifico. Niente più dunque osservazioni, ipotesi, verifiche e teorie.

Storage for Jaguar - 1 PB of DDN disk.

Storage for Jaguar - 1 PB of DDN disk. Photo by Scjody

Perché mettere Galileo, Newton e Cartesio in cantina? L’unità di misura degli attuali sistemi informatici, osserva Anderson, è il petabyte, un miliardo di byte. Enormi flussi di dati attraversano, quindi, continuamente i moderni supercomputer; questi li filtrano e scoprono correlazioni tra i dati. Mentre secondo il metodo scientifico dopo aver scoperto particolari relazioni tra i dati rilevati nel corso di un’osservazione viene il momento delle ipotesi da verificare sperimentalmente, nell’era dei petabyte ciò non è più necessario. La mole di dati elaborati dai sistemi di calcolo è tale che le sole, innumerevoli correlazioni rilevate sono sufficienti per fare previsioni attendibili.

Prendiamo, ad esempio, il correttore ortografico di Google. Apriamo Google e proviamo ad inserire le parole “Il Friauli”. Google ci chiede se stavamo forse cercando “Il Friuli” e se accettiamo il suggerimento i primi due risultati della ricerca porteranno al sito web di questo giornale. Come ha fatto Google a suggerirci esattamente le parole che stavamo cercando? Google ignora le regole ortografiche della lingua italiana e non dispone di alcun dizionario. Google si serve, invece, di una base di dati che si aggiorna ogni volta che qualcuno che sta cercando la parola “x” clicca sulla parola “y”, suggerita dal motore di ricerca. Allo stesso modo funzionano i correttori ortografici delle altre lingue, il traduttore di Google e Google AdSense, il sistema di gestione degli annunci pubblicitari.

Dell’articolo di Anderson si è in parte occupato anche edge.org, luogo di discussione per menti sofisticate, dove filosofi, scienziati ed artisti colgono nelle parole di Anderson niente di più che una debole provocazione. Molti obiettano che il metodo scientifico non è messo in discussione dai computer più potenti, piuttosto questi offrono molti più dati all’osservatore. Quasi tutti concordano che senza teoria non c’è conoscenza e senza conoscenza non c’è progresso. Lo scrittore Bruce Sterling ringrazia, invece, Anderson per aver dato nuova linfa al genere cyberpunk e già immagina i protagonisti dei prossimi romanzi che scoprono la propria fede politica e l’anima gemella attraverso i supercomputer.

La maggior parte dei paleoantropologi ritiene, tuttavia, che due milioni e mezzo di anni fa gli australopiteci e i nostri parenti più prossimi impararono ad accendere il fuoco e a lavorare la pietra sulla scorta di una base-dati percettiva di causa ed effetto. Sta tornando forse in auge, mutatis mutandis, il metodo preistorico?

(il Friuli — 1 agosto 2008)

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