Dall'archivio del mese:

luglio 2008

Social Media, istruzioni per l’uso

scritto da Matteo Baldan il 25 luglio 2008

Twitter, Jaiku, Facebook, Pownce… I siti sociali si moltiplicano in fretta, così in fretta che non ci lasciano nemmeno il tempo per chiederci se stargli dietro non sia come inseguire il vento. Sì, perché, tra l’altro, i social media richiedono tempo, tanto, troppo tempo, che si rischia di sprecare.

Utilizzare i social media in maniera proficua, tuttavia, si può. Occorre, innanzitutto, prestare attenzione ai consigli di Steve Rubel (micropersuasion.com), massimo esperto di nuovi media, per gestire i siti sociali senza distruggere l’attenzione, che è la marce più preziosa dell’era digitale.

Social Media

Social Media - ph. Matt Hamm

Per prima cosa dobbiamo fissare una nostra stella polare, spiega Rubel. Ciò significa chiedersi: “Come si conciliano i social media con la mia vita? A cosa possono servirmi?”. Per molti servono un po’ per lavoro e un po’ per soddisfare i propri interessi personali, per altri sono solo un passatempo. Bè, qualsiasi essa sia, occorre darsi una risposta chiara, onesta e sincera.

Per quanto mi riguarda, i social media fanno parte del mio lavoro. Investigo, infatti, sull’impatto delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro, sulla cultura e sulla società. Do, inoltre, consigli ad aziende pubbliche e private che intendono per qualche ragione comunicare con i nuovi media.

Il secondo consiglio di Rubel è di applicare ai social media il principio di Pareto, o legge “80/20”, per cui l’80% di ciò che serve deriva dal 20% dei contenuti. Occorre, perciò, filtrare i social media con strumenti come AideRSS (aiderss.com) che consente di sfoltire gli aggiornamenti mettendo in risalto i contenuti potenzialmente più interessanti, o come la funzione “imaginary friend” di FriendFeed che serve a creare flussi di informazioni coerenti con la propria stella polare.

L’ultimo, fondamentale, consiglio di Rubel è di programmare il tempo da dedicare ai social media. C’è un tempo, infatti, in cui la mente deve essere concentrata sul lavoro che si sta facendo e un tempo per socializzare online. Due tempi da mantenere rigorosamente separati. Buona cosa è, quindi, sbarazzarsi di tutte quelle applicazioni come Twhirl o lettori RSS da scrivania che ci distraggono continuamente con un suono e/o un messaggio ogni volta che un nostro amico scrive qualcosa su Twitter o che qualcun altro aggiorna il blog. Può essere utile, inoltre, tenere traccia dei propri impegni con Google Calendar per stabilire quanto tempo dedicare settimanalmente ai social media, e quando.

Per gestire i social media al meglio, oltre a seguire scrupolosamente le indicazioni di Rubel, vi consiglio, infine, di vincere la pigrizia e studiare attentamente tutte le funzionalità che un sito sociale offre prima di iniziare ad utilizzarlo. Così facendo moltiplicherete le possibilità di trarne vantaggio.

(il Friuli — 25 luglio 2008)

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Discussione sulla “Teoria della Coda Lunga”

scritto da Matteo Baldan il 11 luglio 2008

Il direttore di Wired, Chris Anderson, ha scritto nel 2006 The Long Tail: Why the Future of Business is Selling Less of More, un saggio in cui espone la sua teoria della “Coda Lunga”. Teoria diventata in Italia un pilastro della rivoluzione digitale. Due idee collegate e distinte sono alla base dei ragionamenti di Anderson. La prima è che la varietà di merci e servizi è destinata ad aumentare, perché la Rete non pone limiti fisici all’ampiezza degli scaffali e consente di ridurre i costi fissi, come quelli per la gestione del magazzino. La seconda idea di Anderson è che la distribuzione online tende a modificare la domanda, perché i clienti preferiscono i prodotti che soddisfano i loro gusti personali rispetto a quelli pensati per piacere alle masse di consumatori. Anderson ritiene, dunque, che presto i prodotti di nicchia eroderanno l’enorme quota di mercato occupata da un numero relativamente piccolo di hits, ossia di prodotti che vendono molto più degli altri.

The Long Tail

Cheris Anderson "The Long Tail" - Ph. LarimdaME

Anita Elberse, professore associato dell’Harvard Business School, ha scritto un articolo sull’ultimo numero dell’Harvard Business Review in cui mette in dubbio la validità della “Coda Lunga”. “Resiste ancora la vecchia “Blockbuster Strategy” che suggerisce ai produttori di concentrare le proprie risorse su un numero limitato di articoli, verosimili best sellers?”, si è chiesta la Elberse, che per rispondere ha analizzato con cura il comportamento d’acquisto di un numero significativo di clienti di negozi di musica e home video, online e offline. Un mercato che Anderson porta spesso ad esempio dell’efficacia della sua teoria della “Coda Lunga”. I dati emersi dall’indagine confermano inaspettatamente le tendenze descritte da William McPhee nel suo saggio Formal Theories of Mass Behavior dei primi anni ‘60. I nuovi canali di distribuzione, a dispetto della teoria di Anderson, sembrano, infatti, rafforzare la posizione dominante di un piccolo gruppo di prodotti a scapito del resto del mercato. La “Theory of Exposure” di McPhee contiene, inoltre, due importanti affermazioni suffragate dallo studio della Elberse: innanzitutto che alla larga maggioranza di coloro che preferiscono prodotti popolari appartengono per lo più consumatori occasionali, mentre la ridotta fetta di mercato che acquista prodotti poco noti è composta soprattutto da clienti affezionati; in secondo luogo che i consumatori di prodotti poco conosciuti gradiscono questi ultimi di meno rispetto a quelli di successo.

La teoria della “Coda Lunga”, dunque, vacilla e Anderson se ne rende conto e tenta di correggere il tiro ridefinendo, sul suo blog, la testa del mercato, cioè i best sellers, e la coda, ossia i prodotti di nicchia. La crisi dell’idea di una “Coda Lunga” in cui posizionarsi per mettere in pratica un nuovo modo di fare affari, tuttavia, deve far riflettere tutti coloro che hanno investito tempo e denaro per creare negozi virtuali di nicchia, blog di nicchia, siti web di nicchia e nicchie di nicchia.

(il Friuli — 11 luglio 2008)

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L’uomo che conquistò il PC

scritto da Matteo Baldan il 4 luglio 2008

Una settimana fa, venerdì 27 giugno per la precisione, Bill Gates ha lasciato dopo più di 33 anni la guida di Microsoft. Gates ha lasciato per dedicarsi a tempo pieno alla Bill & Melinda Gates Foundation, la sua fondazione filantropica il cui scopo è aiutare il prossimo favorendo la ricerca per contrastare mali come l’AIDS e la malaria.

Bill Gates - ph. Esparta

Bill Gates più di chiunque altro ha definito l’era dei Personal Computer. A tredici anni insieme ai compagni di classe di Lakeside ebbe accesso per la prima volta ad un computer, un DEC PDP-12 preso in affitto dalla scuola per alcune ore di utilizzo. Gates, Paul Allen e altri studenti, in seguito assunti dalla Microsoft, furono tanto attratti da quel computer, che non tardarono ad hackerare, da trascurare gli studi.

Nel 1973 Gates iniziò a frequentare la facoltà di Legge dell’Harvard University, ottenendo risultati modesti, come alle superiori. In compenso si perse nuovamente nel centro di calcolo dell’istituto.

Lasciati gli studi, Gates e il vecchio compagno Allen, dopo aver venduto un software basato sul linguaggio BASIC alla società produttrice di computer MITS, si trasferirono ad Albuquerque nel New Mexico, dove c’era la sede della MITS, e nell’aprile dello stesso anno fondarono la Microsoft Corporation.

Gates e Allen scalarono rapidamente le vette del successo, diventando miliardari negli anni ‘80 grazie alla fruttuosa collaborazione con IBM. Ma è negli anni ‘90 che Microsoft si impone al mondo come azienda produttrice di software.

I principali successi dell’attuale colosso di Redmond sono: Internet Explorer, Media Center e, naturalmente, Windows. Oggi IE, messo all’angolo da Firefox, non se la passa più bene come una volta, ma alla fine degli anni ‘90 la quasi totalità dei PC navigava con questo programma.

Con Media Center Microsoft ha dato forma all’idea di PC come strumento per controllare e programmare gran parte dei dispositivi digitali casalinghi: dagli elettrodomestici al lettore DVD, dalla Tv alla radiosveglia. E Media Center resta il maggior successo della Microsoft in quanto a usabilità.
E’ Office, tuttavia, il software con cui Microsoft ha conquistato il maggior numero di utenti, tanto che la suite d’ufficio è diventata uno standard de facto.

Alla base dell’enorme successo di Microsoft c’è, comunque, Windows: il sistema operativo più odiato e utilizzato al mondo. Se è grazie a sistemi operativi come Win 3.1 e 95 che Microsoft ha conquistato i PC, con Win Xp è riuscita a costruire un sistema sicuro e stabile a cui tante persone sono ancora affezionate, nonostante il suo imminente pensionamento in favore del nuovo Win Vista, che i più trovano piuttosto deludente.

Eppure parlando di Microsoft non possiamo dimenticare i numerosi flop, a partire da Bob, un’interfaccia delirante per Win 3.1 e Win 95 che è al settimo posto della classifica dei peggiori prodotti di sempre di PC Magazine. Altri clamorosi insuccessi di Microsoft sono Zune, la versione Microsoft dell’iPod, e il sistema operativo OS/2: “una brutta malattia” a detta di molti.

Oggi, nel momento in cui Gates ha lasciato il timone in mano a Steve Ballmer, che si occuperà di strategie di marketing, e a Ray Ozzie, responsabile dello sviluppo tecnologico, Microsoft è presente in 104 Paesi e conta su 80mila dipendenti. E già ci si interroga su chi sarà il nuovo Bill Gates, ben sapendo che se allora lo zio Bill ha avuto il merito di conquistare il PC con Windows, oggi la vera sfida è conquistare il Web.

(il Friuli — 4 luglio 2008)

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