Dall'archivio del mese:

giugno 2008

L’era degli ultraportatili

scritto da Matteo Baldan il 27 giugno 2008

Dare un’educazione a due miliardi di bambini del Terzo Mondo. Questo è il nobile proposito di One Laptop Per Child, il progetto educativo di Nicholas Negroponte, cofondatore del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e autore del bestseller Essere Digitali (1995). L’idea di Negroponte è regalare un computer portatile adatto ai bambini, progettato per “imparare a imparare”. Il risultato è un calcolatore piccolo, resistente e dal design e dall’interfaccia accattivanti. Un prodotto talmente innovativo da attirare l’attenzione del grande pubblico, per lo più statunitense, che durante i primi giorni della promozione “compra e regala un laptop” ha ordinato 45.000 esemplari di OLPC.

OLPC

OLPC

Come si spiega questo inatteso successo del portatile OLPC? Basti osservare che ci sono attualmente sul mercato laptop chiamati “notebook” o “computer portatili” che non puoi appoggiare sulle ginocchia, tanto meno in queste giornate afose, perché pochi minuti dopo l’accensione scaldano come termosifoni e poi sono così pesanti da causare seri danni alla regione lombare. Per contro se decidi di comprarti una macchina leggera, come il MacBook Air, allora devi tener conto che il tuo conto corrente ne risentirà gravemente. E così si spiega l’interesse nei confronti di un portatile come l’OLPC che, leggero e semplice da usare, è facilmente collegabile a Internet senza costare un occhio della testa. Una buona notizia, questa, per i produttori di computer come Nokia e Asus che hanno da poco iniziato a vendere dispositivi economici per navigare sul web.

Tra laptop e smartphone si situa, appunto, lo spazio appena colonizzato dall’UltraMobile PC, di cui il computer EEE di Asus è uno dei prodotti di maggior successo. In realtà gli UMPC non sono veri e propri calcolatori, ma piuttosto strumenti per comunicare. Sono una soluzione per quei momenti in cui lo smartphone è troppo poco e il laptop è più che abbastanza. Insomma, strumenti per svolgere le proprie attività online preferite, come ascoltare musica e Podcast, telefonare con Skype, leggere blog e vedere video. Macchine che però non vanno bene per scrivere relazioni e gestire fogli di calcolo.

E mentre i costruttori di PC si danno battaglia per conquistare questa nuova fetta di mercato costruendo macchine sempre leggere e studiando chip che scaldino sempre meno e batterie che durino sempre più, c’è chi pensa che simili computer possano andare bene per educare i bambini, ma che per tutto il resto uno smartphone semplice da usare sia la soluzione migliore.

(il Friuli - 27 giugno 2008)

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War Games compie 25 anni

scritto da Matteo Baldan il 20 giugno 2008

Sono ormai passati quasi venticinque anni da quel 5 novembre del 1983, quando uscì nelle sale cinematografiche italiane War Games. Un popcorn cyberthriller diventato un classico, una pietra miliare del genere hacker.

War Games

War Games

Protagonista del film è David Lightman, geekissimo liceale di Seattle che preferisce smanettare col suo PC, un IMSAI collegato alla rete con accoppiatore acustico e interfacciato a un sintetizzatore dalla voce molto metallica, piuttosto che fare il suo dovere a scuola. David, che è anche un videogiocatore incallito, tentando di dare un’occhiata furtiva ai giochi non ancora rilasciati da una software house locale, penetra attraverso una back door in WOPR, l’enorme computer del Dipartimento della Difesa U.S., programmato per eseguire giochi di guerra che giochi non sono. David inizia così a giocare con un gioco che si chiama “Guerra Termonucleare Globale”, facendo involontariamente partire il conto alla rovescia della Terza Guerra Mondiale. Servendosi ancora della nobile arte dell’hacking, David riesce fortunosamente a incontrare il solitario programmatore che ha realizzato il software che gira su WOPR e a disinnescare la bomba ad orologeria prima che parta un attacco nucleare all’Unione Sovietica. Contemporaneamente David realizza il sogno proibito di ogni fanatico smanettone: cuccare una bella ragazza facendo bella mostra dei propri muscoli informatici.

War Games fu innovativo in un’epoca in cui nessuno faceva film sull’hacking e gli unici computer al cinema erano quelli delle navi spaziali. War Games fu anche un film di rottura in un genere fantascientifico popolato da alieni in visita sulla terra (E.T.) e animato da battaglie spaziali tra il bene e il male (Star Wars e Star Treck).

Ulteriore motivo di interesse per War Games è dato dalla presenza di autentici aspetti dell’arte dell’hacking, come la social engineering con cui David scopre le password per entrare nel computer della sua scuola per mettere a posto la sua pagella e quella della sua bella, come la back door che sfrutta per hackerare il sistema di sicurezza statunitense e come il programma che utilizza per chiamare ogni numero di telefono della zona per poi collegarsi con il computer dell’azienda dei videogiochi. Un programma simile, dopo l’uscita del film, fu chiamato “wargames dialer” o “wardialer”. E oggi, accanto al vecchio wardialing, gli hacker di mezzo mondo praticano il wardriving, un attività che consiste nell’intercettare reti Wi-Fi in automobile o a piedi con un laptop, e il warchalking che consiste nel disegnare simboli nei luoghi pubblici per segnalare una rete Wi-Fi aperta.

Rivedere il film adesso aiuta coloro che sono abbastanza vecchi (ahimé!) a ricordare gli anni in cui fu girato. Sono gli anni della Guerra Fredda, tempi carichi di tensione perché allora la guerra nucleare era più che una vaga minaccia. Tempi pionieristici, fra calcolatori pesanti come incudini e penne ottiche fabbricate in casa. Sono anni che ho vissuto personalmente e ricordo bene il Natale di quel 1983, quando mi fu regalato un Commodore 64, il mio primo home computer. Ricordo la meraviglia dei miei occhi, incollati al cursore che invitava qualcuno a inserire qualche riga di codice. E’ la stessa meraviglia che provo quando vedo le cose che si fanno oggi con l’informatica, senza mai darle per scontate come fanno spesso le nuove leve.

(il Friuli - 20 giugno 2008)

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Dai Blog ai Social Media

scritto da Matteo Baldan il 6 giugno 2008

In principio era il Blog. Correva l’anno 2005, la blogosfera era in piena espansione, e il Business Week intitolava un articolo divenuto celebre: “Blogs will change your business”.
Il Blog rivoluziona il mondo dell’editoria, sosteneva allora il Business Week. Una rivoluzione digitale, omologa a quella meccanica fatta scoppiare più di cinque secoli fa dall’invenzione di Gutemberg. I Blog, si diceva, trasformano le notizie in conversazioni. Con i Blog chiunque nel giro di cinque minuti, il tempo di creare un account su una qualsiasi piattaforma di blogging, poteva diventare un editore globale. E così l’informazione stava per sfuggire ad ogni forma di controllo. Da cui il monito: “I tuoi clienti e i tuoi concorrenti stanno già immaginando di aprire un blog: mettiti alla pari prima che sia troppo tardi.”

Socialnetworking sites

Socialnetworking sites - ph. mandymaarten

Sono trascorsi tre anni e nonostante l’importanza dei Blog sono una minoranza gli internauti che li seguono e utilizzano. Secondo un recente studio di Forrester Research, solo un quarto della popolazione adulta statunitense online si prende la briga di leggere un Blog almeno una volta al mese.
I Blog sono, del resto, diventati solo uno dei tanti strumenti fai-da-te per far sentire la propria voce sul web. Immensi Social Network come Facebook e MySpace danno modo di intrecciare relazioni e scambiarsi informazioni. Con siti come LinkedIn si può dare il la a importanti rapporti di lavoro. E servizi web del genere saltano fuori ogni settimana. Così, mentre solo una piccola fetta di popolazione blogga, una parte di umanità molto più grande fa amicizia, crea contatti, scambia musica, video, immagini e idee. I Blog sono diventati parte di un insieme molto più grande: i Social Media.
Le reti sociali stanno promuovendo quel processo di tribalizzazione a suo tempo annunciato dal massmediologo canadese Marshall McLuhan. I Social Media tendono infatti ad azzerare la privacy rendendo trasparenti le pareti che proteggono le nostre vite, ma allo stesso tempo favoriscono gli scambi e la collaborazione. L’individuo si sta ritribalizzando.

Ma le persone come utilizzano i Social Media? Il Business Week ha provato a chiederlo su Twitter, una piattaforma di microblogging dove si possono postare messaggi di140 caratteri al massimo. Chi ha risposto di tener d’occhio i colleghi al lavoro e fuori. Chi di andare alla scoperta delle ultime tendenze. Chi di creare nuovi contatti. Chi di cercare lavoro.

Da blogstar a social guru, Steve Rubel tre anni fa postava sul suo popolarissimo sito micropersuasion.com decine di volte al giorno, anche quand’era a letto. Rubel, il cui lavoro è “aiutare le aziende a comunicare in questo nuovo mondo”, non blogga più tanto, sebbene con micropersuasion sia diventato un’autorità in fatto di nuove tecnologie, tanto da indurre la multinazionale delle Relazioni Pubbliche Edelman & Associates a dargli la direzione del reparto digital media e un ufficio i cui ampi finestroni si affacciano su Time Square. Non blogga più come una volta perché se nel 2005 un blogger audace e iperattivo poteva diventare il punto di riferimento di un dato settore, ora megablog, vere e proprie testate giornalistiche, come TechCrunch e GigaOm sono diventate dei titani contro cui è impossibile competere. Contemporaneamente si sono affermati siti come Techmeme e Digg che mettono insieme le notizie più interessanti, gran parte delle quali proviene dai megablog. In definitiva gli spazi a disposizione dei blogger indipendenti si sono decisamente ristretti.

In questo mutato scenario Steve Rubel, che resta un’autorità indiscussa in fatto di nuovi media, consiglia di ascoltare, di investigare su ciò che la gente va dicendo, di iniziare a vivere in una comunità virtuale prima ancora di farsi coinvolgere nel fantastico mondo dei Social Media.

(il Friuli - 6 giugno 2008)

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