Dall'archivio del mese:

maggio 2008

Youtube, Current TV e iReport: prove di giornalismo partecipativo

scritto da Matteo Baldan il 30 maggio 2008

YouTube ha da poco avviato una nuova sezione dedicata al Citizen Journalism. Olivia, responsabile del canale Citizen News, ha il compito di selezionare le storie raccontate con i meccanismi del Citizen Journalism sul più grande portale di condivisione di video online.

Ma che cos’è il Citizen Journalism? Il giornalismo partecipativo, Citizen Journalism in inglese, è una nuova forma di giornalismo in cui i lettori sono coinvolti nel processo di produzione e trattamento delle notizie. Il giornalismo partecipativo è una possibilità data dai nuovi mezzi di comunicazione che stando trasformando tutti in potenziali “editori di se stessi”, aprendo così la strada a un modo di fare informazione senza la mediazione professionale dei giornalisti.

Tornando a YouTube, sono migliaia i video a puro sfondo informativo che gli utenti caricano ogni giorno sul portale. Spesso sopraffatti da video demenziali, questi piccoli reportage raccontano realtà affascinanti, per lo più trascurate dai mezzi di informazione tradizionale, sempre più propensi a filtrare le notizie battute dalle agenzie di stampa piuttosto che ad andare a caccia di notizie sul campo.
Analoga all’iniziativa di YouTube è Current TV, il canale televisivo voluto dal Nobel Al Gore. Questa emittente televisiva è stata recentemente lanciata sulla piattaforma satellitare Sky e basa i propri palinsesti su filmati non più lunghi di cinque minuti, chiamati pod, realizzati dai propri telespettatori, che possono anche votare i video migliori sul sito web di Current.

Anche CNN ha aperto le porte al citizen journalism investendo 750mila dollari per acquistare il dominio iReport.com. Da poco online in versione beta iReport raccoglie reportage multimediali senza selezionarli né filtrarli. I cronisti in erba possono, inoltre, dare il consenso per l’eventuale trasmissione delle loro riprese sui canali televisivi di CNN o su cnn.com. E negli ultimi anni è capitato già che alcuni tra gli scoop più clamorosi di CNN siano stati supportati dalle immagini riprese sul campo da improvvisati reporter.

Il citizen journalism è, dunque, una forma di sperimentazione che sta attirando su di sé l’attenzione di colossi dell’informazione come CNN, di personalità di spicco come Al Gore e di giganti del web come Google, ma che allo stesso tempo allarma critici seri, preparati e autorevoli che si dicono preoccupati dall’amatorializzazione dei media, foriera di un notevole abbassamento della qualità delle notizie.

(ilFriuli — 30 maggio 2008)

{ 0 commenti }

15 anni di Web

scritto da Matteo Baldan il 23 maggio 2008

Difficile fissare la data di nascita del World Wide Web, ma probabilmente il giorno più importante della storia della rete è il 30 aprile 1993. Quel giorno infatti il CERN, Centro Europeo per la Ricerca Nucleare di Ginevra, rese la tecnologia web di pubblico dominio autorizzando chiunque a utilizzarla e migliorarla.

Prima, il 9 agosto del 1991, un ricercatore del CERN di nome Tim Berners-Lee aveva pubblicato un suo progetto per realizzare il WWW. L’idea di Berners-Lee era di sposare l’ipertesto, un metodo per collegare diversi documenti tra loro, con Internet.

World Wide Web

World Wide Web - Ph. Bull3t

Pochi giorni prima di quel fatidico 30 aprile, fu rilasciato Mosaic, il primo browser per Windows. A sviluppare Mosaic fu il NCSA (National Center for Supercomputing Applications), negli Stati Uniti. E l’importanza di Mosaic per lo sviluppo della rete è stata veramente enorme, perché Mosaic è stato il primo browser con interfaccia amichevole per visualizzare testi e immagini.

Ma cosa fece esattamente il CERN quel 30 aprile di quindici anni fa? Il CERN allora diffuse un pezzo di carta con cui dichiarava di rinunciare ai diritti d’autore sul WWW. Diritti che nessuno avrebbe più potuto rivendicare.

E perché il CERN compì un gesto così altruistico? Perché il CERN è un importante centro di ricerca fondato nel 1954 da 12 stati europei per investigare sulle leggi che regolano l’universo. Pubblicare e rendere disponibili i risultati del suo lavoro fa parte della sua ragion d’essere. Cosicché quel 30 aprile, rendendo pubblico il WWW, il CERN non fece altro che assecondare la propria natura. E il primo sito al mondo, per quanto modificato e aggiornato, è ancora in rete allo stesso indirizzo: http://info.cern.ch.

Nel 1994 Berners-Lee si trasferì a Boston per dirigere il World Wide Web Consortium (W3C.org), fondato dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) per fissare gli standard del web. In pratica il W3C si occupa di fare in modo che, indipendentemente dal tipo di computer, dal tipo di server e dal tipo di browser, il web mantenga lo stesso aspetto.

Altra tappa fondamentale per lo sviluppo del web fu la comparsa di HTML, il linguaggio per creare le pagine web. La prima versione fu pubblicata nel giugno del 1993.
A novembre dello stesso anno fu collegata a Internet la prima webcam. Si tratta della videocamera che un gruppo di scienziati della Università di Cambridge utilizzava per controllare la macchinetta del caffé dell’istituto, per vedere cioè se il caffé era pronto. Così quella macchinetta è entrata nella storia e il magazine tedesco Spiegel.de l’ha acquistata nel 2001.

Nel febbraio 1994 due studenti della Stanford University di nome David Filo e Jerry Yang crearono il sito Jerry and David’s Guide to the World Wide Web. Si trattava di un elenco di siti suddivisi in categorie e sottocategorie. Poco dopo il sito fu rinominato “Yahoo!” ed è ora uno dei più visitati al mondo.

Il primo luglio 1995 Amazon.com diventò la prima grande azienda a vendere sul web. Sebbene Amazon abbia iniziato come libreria online, ora vende musica, elettronica, abbigliamento e perfino cose da mangiare.
Il 24 agosto 1995 Microsoft lanciò sul mercato il suo nuovo sistema operativo, Windows 95, che comprende il fortunato browser Internet Explorer.

Il 4 settembre 1995 vide la luce Auctionweb, uno dei primi siti di aste online. Il primo articolo venduto fu un puntatore laser difettoso, acquistato per 13 dollari e 83 centesimi. Poi Auctionweb è diventata eBay, il più grande sito di aste al mondo dove si tengono migliaia di aste al giorno.

Il 15 dicembre 1995 fu varato Alta Vista, il primo importante motore di ricerca multilingue.
Trecento anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, il 4 luglio 1996, fu la volta di Hotmail, il primo strumento per crearsi gratuitamente una casella di posta elettronica accessibile via web.

Il 17 dicembre 1997, l’americano Jorn Barger inventò il termine weblog, poi ridotto a blog, per definire gli elenchi di siti che pubblicava ogni giorno sul suo sito. Elenchi che erano tracce delle sue peregrinazioni per il web.

Nel 1997 Larry Page e Sergey Brin, giovani dottorandi della Stanford University, iniziarono a lavorare su un motore di ricerca per valutare le relazioni tra i siti web per indicizzarli in base alla loro importanza. Fino al 1997 il motore sperimentale di Page e Brin funzionò sul sito dell’Università, dov’era raggiungibile all’indirizzo google.stanford.edu.

Un anno dopo Google aprì il suo primo ufficio in un garage californiano e oggi è un motore che esegue circa un miliardo ricerche al giorno.

Nel 1999 Shawn Fanning, studente smanettone di un college di Boston, scrisse un programma per scambiare file mp3 con i suoi amici. Il primo giugno quel programma fu distribuito in rete col nome di Napster. Il software entrò subito nel mirino delle case discografiche e dopo una lunga battaglia legale il servizio è stato sospeso.

Il 19 agosto 1999 vide la luce MySpace. Inizialmente si trattava di un servizio per salvare e condividere file che ebbe poco successo e fu disattivato nel 2001. Due anni dopo MySpace ripartì come social network, assumendo l’aspetto attuale. Realizzato da Tom Anderson, Chris DeWolfe e un piccolo team di programmatori, il sito ha suscitato immediatamente l’interesse dei milioni di utenti che se ne sono serviti per costruirsi homepage, aprirsi blog, pubblicare foto e musica e per scambiare messaggi. Nel 2005 MySpace è stato acquistato dal magnate dei Media Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari.

Il 15 gennaio 2001 Jimmy Wales fondò Wikipedia, la prima grande enciclopedia online libera e collaborativa.

Il 4 settembre 2001 Google ottenne il brevetto di PageRank, l’algoritmo usato dal suo motore di ricerca.

Il 28 Aprile 2003 Apple lanciò iTunes, servizio per acquistare musica online, eventualmente da trasferire sull’iPod, il mitico lettore mp3.

Il 9 novembre 2004, Mozilla rese disponibile per il download Firefox, un innovativo browser che avrebbe rivoluzionato il modo di navigare di milioni di utenti.
A febbraio 2005 fu la volta di YouTube.com, il primo di una lunga serie di servizi per condividere video online. YouTube è stato comprato nell’ottobre del 2006 da Google per 1,63 miliardi di dollari.

Sono così trascorsi più di quindici anni da quel 30 aprile del 1993 e Tim Berners-Lee si dice estremamente ottimista circa il futuro della rete. Immagina che fra cento anni si guarderà a questi primi quindici come all’infanzia del web, si sorriderà pensando a quando il web semantico non era ancora stato del tutto spiegato.
Fra pochi anni, predice Berners-Lee, potremo avere tutti i dati del mondo a portata di polpastrelli. E la cosa più interessante è che si stanno già elaborando nuovi linguaggi, nuovi sistemi sociali, nuove forme di pensiero e di governo.

Si spera che tutto questo concorra alla felicità dell’uomo.

(il Friuli — 23 maggio 2008)

{ 0 commenti }

I costi di una vita online

scritto da Matteo Baldan il 2 maggio 2008

Social Media sono quei servizi web che si fondano sull’attività degli utenti. A chi aderisce ad un social medium si chiede, infatti, essenzialmente di condividere pensieri, idee e contenuti e di partecipare a discussioni, forum e attività di condivise. YouTube, ad esempio, è un modo per condividere i propri video e per votare e commentare i filmati pubblicati da altri utenti. Digg è una maniera per segnalare gli articoli, i video e le immagini più interessanti del momento e per scoprire quali sono i contenuti più gettonati dagli altri utenti. Twitter è un servizio per scambiare messaggini con i propri amici in rete. I blog stessi sono, infine, un mezzo per condividere contenuti pubblicando articoli e per partecipare a discussioni scrivendo commenti.

La diffusione dei Social Media solleva, però, una questione importante, una questione che riguarda i costi in termini di tempo sostenuti da parte dei loro utenti. Il problema deriva dal fatto che, com’è noto, il tempo è una risorsa preziosa, in quanto limitata. Ci si chiede, quindi, innanzitutto quanto tempo tenda ad assorbire la vita sociale in rete.

Alla domanda ha provato a rispondere Nina Simon di Museum 2.0, che ha stilato questa classifica degli utenti dei Social Media in base al loro grado di coinvolgimento: partecipanti, fornitori di contenuti e gestori i comunità. I partecipanti sono coloro che dedicano ai Social Media da una a cinque ore la settimana. Essi utilizzano Twitter, che è poco impegnativo quanto a pubblicazione, essendo i messaggi limitati a 140 caratteri, sebbene richieda un po’ più tempo per convincere gli altri utenti al leggere i propri aggiornamenti. I partecipanti pubblicano, infine, saltuariamente qualche foto su Flickr o un filmato su YouTube e fanno talvolta una capatina su Facebook. Più impegnati sono i fornitori di contenuti, che dedicano alla loro vita sociale digitale dalle cinque alle dieci ore la settimana. I fornitori di contenuti hanno spesso un blog su cui postano almeno una volta la settimana, ma si sforzano di pubblicare due o tre articoli ogni sette giorni. Quelli che padroneggiano il linguaggio radiofonico mettono in piedi un podcast su cui pubblicano almeno una puntata al mese. I gestori di comunità, infine, impiegano dalle dieci alle venti ore settimanali per portare avanti progetti complessi che coinvolgono diverse persone e che vogliono essere il punto di riferimento di una comunità di utenti unita da un interesse condiviso.

Considerando la classifica di Nina Simon si evince che perfino il grado più basso di coinvolgimento richiede parecchio tempo e che, quindi, non tutti possono permettersi una vita sociale sul Web. Cosicché gli internauti stanno dibattendo la questione con toni a volte polemici. C’è chi sostiene che i Social Media siano una fregatura perché richiedono un grande sacrificio in cambio di niente. Chi dice che i Social Media sono autoreferenziali e che il loro unico scopo è l’interazione fine a se stessa; altrimenti non si spiegherebbe come mai ci sia gente ossessionata dall’aggiornamento delle proprie liste di amici su Facebook e gente che scrive su Twitter per informare che sta portando il cane a fare i bisogni. Ci sono i catastrofici che già immaginano i ricercatori che nel giro di pochi anni scopriranno i devastanti effetti collaterali dei Social Media. C’è chi denuncia la sovrabbondante offerta di servizi web e consiglia di sposarne uno per poi concentrarsi unicamente su quello. Chi dice che i Social Media sono roba per ragazzini, non per adulti oberati dagli impegni. Chi prevede che i Social Media sviluppandosi diventeranno sempre più utili, se non indispensabili. Chi ricorda che è comunque meglio socializzare offline, magari di fronte a un bel bicchiere di rosso e a un vassoio di affettati. Chi ritiene che basti sacrificare un paio d’ore di televisione. C’è, infine, chi è convinto che i Social Media siano uno strumento prezioso, talvolta necessario.

L’eccessivo dispendio di tempo ed energie che molti lamentano non dipende, tuttavia, tanto dai Social Media in sé, quanto dall’hardware a propria disposizione. Basta, infatti, un dispositivo mobile dell’ultima generazione per girare, modificare e pubblicare con pochi gesti un filmato su YouTube, o per aggiornare il proprio feed di Twitter tramite un SMS. Il futuro dei Social Media è in definitiva assolutamente Mobile.

(il Friuli — 2 maggio 2008)

{ 0 commenti }