A Corto di Elettroni

scritto da Matteo Baldan il 10 giugno 2009

Tutti abbiamo provato la spiacevole sensazione di comprare un computer, o uno smartphone, o una macchina fotografica digitale e trovare qualche mese dopo sugli scaffali prodotti dello stesso tipo che offrono prestazioni molto più elevate allo stesso prezzo. Da tempo le cose vanno così poiché l’hardware segue la così detta “Legge di Moore”. Una legge empirica che si basa su un’osservazione del cofondatore di Intel Gordon Moore che notò che: “le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad essi relativo, raddoppiano ogni 18 mesi”.

Legge di Moore

Legge di Moore

Oggi pare che siamo prossimi al tramonto della legge di Moore perché ci stiamo per scontrare con il limite fisico della materia con cui sono costruiti i chip. Come ha dichiarato al NY Times il fondatore di SanDisk Eli Harari, “stiamo per esaurire gli elettroni.” Harari spiega infatti che vent’anni fa quando SanDisk ha iniziato a produrre memorie flash, tipo quelle che si usano nelle fotocamere digitali, c’erano circa un milione di elettroni per cella di memoria, mentre oggi siamo scesi a qualche centinaio di elettroni. Ed è chiaro che questa tendenza non può continuare all’infinito, se non altro perché, come afferma Harari, “non si può scendere al di sotto di un elettrone per cella.” Lo stesso Harari prevede dunque che le attuale tecnologie consentiranno di raddoppiare la capacità dei chip ancora per due volte, dopodiché ci si scontrerà con un “muro di mattoni”.
Ciò significa che avremmo spazio in abbondanza per archiviare foto e brani musicali, ma che non potremo più dare per scontato che il prossimo iPhone e sarà in vendita allo stesso prezzo con il doppio di memoria.

La consuetudine con l’informatica ci ha anche abituati al fatto che nonostante le prestazioni dell’hardware raddoppino costantemente, quelle del software restano sostanzialmente invariate. Ciò significa che un programma di videoscrittura o di fotoritocco aggiornato impiega sempre lo stesso tempo per avviarsi e per compiere le solite operazioni, come aprire o salvare un file. Il software segue infatti un’altra legge empirica recentemente definita dal cofondatore di Google Sergej Brin “Legge di Page”, dal nome dell’altro fondatore, Larry Page. “La legge di Page è una sorta di contrario della legge di Moore”, afferma Brin. “la legge di Page dice che ogni 18 mesi il software diventa due volte più lento.”

Google sta lavorando per migliorare la qualità del proprio codice e infrangere così la legge di Page. Una strada questa che pare una scelta obbligata per tutti i produttori di software dato che quelli che producono hardware sono a corto di elettroni.

[Photo | Josh Bancroft, Flickr]

(il Friuli — 5 maggio 2009)

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Perché i Social Network pongono Questioni Etiche

scritto da Matteo Baldan il 22 maggio 2009

No Lies, Mitchell Bloch (1973)

No Lies, Mitchell Bloch (1974)

No Lies (Niente bugie, 1974) di Mitchell Bloch è un film interamente ambientato all’interno dell’appartamento di una donna che il regista va a trovare con la sua cinepresa a mano. Il regista chiacchera con la donna e riprende con noncuranza, come se si stesse esercitando. Finché dalla conversazione emerge un evento traumatico: la donna è stata recentemente violentata. Cosa deve fare il regista? Fermarsi e consolare la donna o continuare a filmare per contribuire ad accrescere la conoscenza di questo tipo di crimine? Decide di continuare a riprendere. Le domande si fanno sempre più incalzanti. Il regista arriva perfino a mettere in dubbio che lo stupro sia avvenuto. La donna ha una crisi di ansia. Il regista pare comprendere di avere osato troppo e accetta di smettere di filmare. I titoli di coda rivelano che i due protagonisti sono in realtà attori professionisti che recitano in base a un copione.

Riprendere persone pone questioni etiche, soprattutto se le immagini vengono poi rese pubbliche. Questioni etiche che sono indipendenti dal mezzo con cui si riprende e dal canale con cui viene reso pubblico quanto ripreso. Il caso dell’infermiera dell’ospedale di Udine che ha inavvertitamente pubblicato su Facebook fotografie in cui compaiono i volti sofferenti di alcuni pazienti del reparto di Terapia intensiva sottolinea come i nuovi media estendano i problemi etici legati alla pubblicazione. Se infatti fino a una decina d’anni fa la pubblicazione era prerogativa di giornalisti e professionisti tenuti a conoscere le norme che regolano il diritto alla riservatezza, ora chiunque può pubblicare on line immagini, testi e video con un semplice telefono cellulare.

Occorre dunque che le istituzioni, la scuola in primis, e i mezzi di informazione favoriscano lo sviluppo di un senso di considerazione etica da parte di chi pubblica su Internet, potenzialmente l’intera società di domani. E tale senso di considerazione etica comporta necessariamente la conoscenza delle leggi in materia di protezione dei dati personali i cui testi sono consultabili in rete anche sul portale Interlex, mentre le norme che disciplinano la pubblicazione di immagini fotografiche sono chiaramente spiegate sul sito dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti.

[il Friuli — 22 maggio 2009]

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Non solo Facebook: Content Filtering e Pubblica Amministrazione

scritto da Matteo Baldan il 16 maggio 2009

«Sto predisponendo un sistema di filtraggio che impedisca ai dipendenti pubblici di andare su Facebook», ha annunciato in ministro Brunetta. Poco dopo la regione Friuli Venezia Giulia ha comunicato che avrebbe interdetto FB ai propri dipendenti. Sui giornali e sul Web si è subito aperto un acceso dibattito sull’ultima misura di Brunetta contro i fannulloni. Occorre dire in proposito che tale provvedimento è chiaramente inefficace perché non c’è certo bisogno di FB per essere assenteisti o fannulloni.

Tuttavia la personale battaglia di Brunetta contro i fannulloni e l’improvvisa popolarità di FB deviano l’attenzione da ciò che sta monte di provvedimenti come quello appena preso dalla regione. Il problema principale è quello del content filtering (filtraggio dei contenuti). Ciò che viene filtrato è questione secondaria.

E’ opportuno che la Pubblica Amministrazione filtri i contenuti accessibili tramite proprie reti informatiche? Sì, innanzitutto perché i filtri rientrano normalmente nella politica di tutela delle reti interne e spesso fanno da barriera rispetto ai virus informatici. La PA ha inoltre il diritto e il dovere di contrastare reati come il download illegale, e a oggi il trenta per cento di file pirata sono scaricati da dipendenti statali. Ci sono poi chiare ragioni di opportunità che suggeriscono di bandire la pornografia e il gioco d’azzardo dalle reti della Pubblica Amministrazione. Una ragione più sottile per filtrare ha infine a che fare con l’economia dell’attenzione. La PA ha il diritto e il dovere di intervenire per limitare tutti quegli stimoli e comportamenti che ritiene essere dannosi per la capacità di concentrazione dei propri dipendenti. L’attenzione è un bene preziosissimo nell’Era Digitale e qualunque provvedimento per preservarlo è opportuno.

Le decisioni su cosa filtrare spettano a chi governa. Parte politica e dirigenti devono però resistere alla tentazione di applicare filtri preconfezionati tipo blacklist. Prima di intervenire è opportuno che indaghino le esigenze, le competenze e l’uso della rete da parte del personale.

(il Friuli — 15 maggio 2009)

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E-Book: novità da Amazon per giornali ed editoria scolastica

scritto da Matteo Baldan il 16 maggio 2009

Suscita grande interesse il lancio del Kindle 3 in programma questa settimana. Kindle è l’eBook, il lettore di libri elettronici, che Amazon.com ha lanciato nel 2007 per compensare il calo delle vendite di libri di carta con il nuovo business dei testi digitali.

Il libro digitale è ancora poco conosciuto dalle nostre parti e i più immaginano uno schermo LCD portatile su cui leggere. In realtà l’intento degli eBook è di mettere l’occhio del lettore in condizione di leggere senza sforzo, come se stesse scorrendo sulle righe di un testo stampato anziché rimbalzando da un punto all’altro del monitor di un computer.

Amazon Kindle 3

Amazon Kindle 3

Motivo di tanto interesse per la presentazione del nuovo eBook è che insieme al numero uno di Amazon Jeffry Bezos è prevista sul palco la presenza dell’editore del New York Times Arthur Sulzberger. Sapendo che il Kindle 3 sarà dotato di uno schermo più grande del suo predecessore ci si chiede quindi se per i giornali possa essere una strada per uscire dalla crisi. Una crisi quella dell’editoria che va oltre alla crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando. La risposta è per ora tendenzialmente negativa perché, ampliamento dello schermo a parte, la tecnologia del Kindle, tecnologia che si chiama E-ink, non supporta ancora il colore e non è stato per il momento studiato un modo per inserire gli annunci pubblicitari, escludendo un’importante fonte di reddito per gli editori.

Tuttavia, come scrive il NYT, il problema dei giornali non è dato da un mero ritardo tecnologico. Il problema è che danno notizie già vecchie, che ripropongono testi che i lettori hanno almeno in parte già letto on line. E allora non si può pensare di prolungare la vita delle redazioni facendo la copia elettronica del giornale di carta. Occorre cambiare strategia editoriale. Il giornale elettronico dovrà essere aggiornato continuamente, proprio come le edizioni on line più curate.

Altra ragione di interesse per il nuovo Kindle è che Amazon ha stretto un accordo con una mezza dozzina di università e di editori di testi scolastici per introdurre il prossimo anno l’eBook nelle classi in via sperimentale.

Il prezzo troppo alto (il Kindle 2 costa 359 $), lo schermo troppo piccolo per contenere illustrazioni e diagrammi e i pochi testi scolastici disponibili hanno finora rallentato l’ingresso dell’eBook nel mondo della scuola. Ma il nuovo Kindle con schermo allargato e un browser più funzionale in dotazione ha suscitato interesse tra gli editori di libri scolastici. L’eBook potrebbe infatti abbattersi come una scure sul mercato dei libri usati da cui gli editori non guadagnano un cent. Inoltre per invogliare a passare al libro digitale si potrebbero proporre testi scientifici che si aggiornano stando al passo con la ricerca e testi classici ricchi di link a note storiche e approfondimenti critici.

Tuttavia gli editori sanno che il business del digitale a scuola è rischioso perché tra gli studenti ci sono pirati informatici tra i più brillanti, capaci di aggirare i più sofisticati sistemi di protezione dei diritti d’autore e distribuire libri gratis per tutti.

(il Friuli — 8 maggio 2008)

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Chiude Geocities

scritto da Matteo Baldan il 6 maggio 2009

Le città elettroniche sono state abbandonate. C’è tempo fino a fine anno per visitare il più grande parco archeologico virtuale del Web.

GeocitiesYahoo! chiude Geocities. Un nome che oggi dice poco, ma che per chi bazzicava in Rete negli anni Novanta era qualcosa che si potrebbe paragonare agli odierni social network.
Come altre storie di successo della new economy, Geocities nacque dall’intuizione di una piccola azienda priva di capitali. Da un provider californiano, ossia un fornitore di spazio web e probabilmente anche di connessione, che immaginò le forme delle città della costa occidentale degli Stati Uniti impresse nella memoria dei dischi magnetici che dava a noleggio. Il West digitale come terra di conquista per avventurieri, cowboy e pionieri del cyberspazio. Il tecnoentusiasta avrebbe potuto prender casa da qualche parte nella Silicon Valley, mentre l’amante della bella vita avrebbe potuto trovare sistemazione dalle parti di Hollywood.

Indirizzi virtuali che richiamano quelli reali, spazio web gratuito e semplici servizi extra come il libro degli ospiti e il contatore di accessi invogliarono migliaia di persone a fabbricarsi una propria dimora virtuale, in un periodo in cui la creazione di pagine web era un lavoro prevalentemente manuale.
La rapida espansione delle città virtuali suggerì al loro inventore di quotarle in borsa e a Yahoo! di acquistare Geocities per quasi tre miliardi di dollari alla vigilia dello scoppio della bolla speculativa delle dot-com. Da allora le città della rete sono andate incontro a un declino lento e insorabile. Da una parte Yahoo! non è riuscita a trovare un modo per sostenere i costi del servizio e dall’altra è sorta un’infinità di nuovi servizi per la creazione e l’hosting di siti web.

Le città elettroniche sono state abbandonate e Yahoo! ha avvisato gli ultimi abitanti che dovranno lasciare le loro case entro fine anno. La frontiera del sapere si sposta rapidamente e gli spazi digitali, essendo immateriali, scompaiono quasi sempre senza lasciar traccia. Per questo vale la pena approfittare del tempo che resta per fare due passi in quella sorta di parco archeologico che è Geocities dove potete ammirare reperti di sicuro interesse, come il prototipo del sito dell’Agenzia Regionale della Sanità del FVG che si trova dalle parti di Wall Street (geocities.com/wallstreet/floor/2215).

(il Friuli — 1 maggio 2009)

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Gli Standard del Citizen Journalism secondo l’Huffington Post

scritto da Matteo Baldan il 26 aprile 2009

L’Huffington Post, nato nel 2005 come blog e oggi annoverato tra i più noti giornali online, ha pubblicato i propri standard per il Citizen Journalism (N.D.R. l’Huffington Post ha aggiornato i propri standard in seguito alla pubblicazione di questo articolo). Il giornalismo collaborativo è una “nuova forma di giornalismo che vede la partecipazione dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione offerta da Internet” (Wikipedia).

Gli standard dell’Huffington sono una breve lista di indicazioni per la redazione degli articoli. Sei requisiti in tutto, che sanno di ABC del giornalismo. Si tratta di regole indispensabili per chi non si è mai cimentato con la carta stampata. Di indicazioni di cui molti organi di stampa dovrebbero far tesoro, come nota il Poynter Institute, punto di riferimento per la formazione giornalistica.

Diamo dunque una rapida scorsa all’elenco dell’Huffington. Il primo punto della lista ci invita a fare attenzione all’ortografia e alla sintassi. In particolare occorre controllare bene la grafia dei nomi propri perché sono difficilmente correggibili dalla redazione.

Il secondo punto invita i redattori a fare ricerca e a provare i propri sforzi investigativi includendo i link nei propri articoli. Poynter insiste sull’importanza di questo punto denunciando la noncuranza di molte testate online rispetto ai link, spesso omessi, altre volte emarginati. Includere collegamenti esterni è importante, spiega Poynter, perché sono un valore aggiunto e, viceversa, la loro assenza è segno di chiusura rispetto ai lettori.

Il terzo punto offre alcune indicazioni basilari per condurre interviste. E’ indispensabile chiarire il proprio rapporto con l’intervistato e verificare la sua volontà di vedere pubblicate le proprie affermazioni. E’ inoltre raccomandabile mettersi in condizione di poter provare la veridicità dell’intervista, possibilmente avendo cura di conservarne la trascrizione o la registrazione.

Il quarto punto riguarda il diritto di replica. Nel caso in cui si faccia una motivata affermazione negativa su una persona o un’organizzazione è buona norma prendere contatto con quest’ultima per permetterle di controbattere.

Il quinto punto informa i neoredattori sui modi di revisione degli articoli da parte della redazione, mentre l’ultimo punto è un richiamo alla sintesi. Più corto è l’articolo, maggiore è il suo impatto. Un utile avviso questo per chi non è abituato a stare nei limiti fisici del foglio ed è dunque soggetto a quella perdita di concisione favorita dallo spazio infinito e gratuito messo a disposizione dai media digitali.

(il Friuli — 17 aprile 2009)

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Wikipedia cancella Encarta

scritto da Matteo Baldan il 26 aprile 2009

EncartaTra i volumoni della Treccani e Wikipedia si colloca storicamente Encarta, l’enciclopedia multimediale che Microsoft ha da poco deciso di chiudere. Con una nota ufficiale rilasciata sul sito di Encarta (it.encarta.msn.com) il gigante di Redmond ha annunciato che a giugno cesserà di vendere le versioni Student e Premium dell’enciclopedia. Il 31 ottobre saranno chiusi i siti web di MSN Encarta in tutto in mondo, tranne che in Giappone dove l’enciclopedia online sopravivrà fino a fine anno.

Nel comunicato Microsoft motiva così la sua scelta: “Encarta è stato per anni un prodotto molto popolare in tutto il mondo. Tuttavia il comparto delle enciclopedie tradizionali è cambiato. Oggi le persone cercano e fanno proprie le informazioni in modi completamente diversi rispetto al passato. Per offrire risorse il più possibile utili e coinvolgenti, Microsoft ha deciso di interrompere l’esperienza Encarta.”

Sebbene MS non ne faccia menzione, possiamo certamente supporre che il successo dell’enciclopedia libera Wikipedia abbia avuto un peso importante nella decisione di chiudere Encarta. Wikipedia è infatti cresciuta da subito in maniera esponenziale e la versione inglese dell’enciclopedia conta oggi più di 2,7 milioni di articoli, mentre le voci di Encarta Premium sono poco più di 60mila. La quantità di informazioni, la frequenza di aggiornamento e la gratuità fanno il successo di Wikipedia, nonostante l’idea di enciclopedia aggiornata dagli utenti sia ancora indigesta a qualcuno.

Con la fine di Encarta si chiude un capitolo della storia del PC. Distribuita su CD-ROM, Encarta divenne popolare nei primi anni Novanta, contribuendo a diffondere l’idea di multimedia. Centinaia di migliaia di articoli collegati tra loro, fotografie in alta risoluzione, piccoli video e file audio facevano di Encarta un’esperienza strabiliante in un tempo in cui la gente lottava con la memoria del proprio PC nell’intento di installare Windows 3.1.

(il Friuli — 10 aprile 2009)

Approfondimenti

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Social Media alle Elementari

scritto da Matteo Baldan il 19 aprile 2009

Nel Regno Unito si parla di insegnare i Social Media nelle scuole elementari. Questo mese sarà presentata ufficialmente in Parlamento una proposta di riforma. Intanto i giornalisti del Guardian hanno già avuto modo di dare un’occhiata le bozze del nuovo progetto di curriculum per la scuola elementare.
La proposta prevede che alunni terminino le elementari con un certo grado di confidenza con i blog, i podcast, Wikipedia, e Twitter. I Social Media sono intesi come fonti di informazioni e forme di comunicazione dal gruppo di studio guidato dell’estensore del progetto di riforma, Sir Jim Rose. I bambini dovranno inoltre imparare a digitare sulla tastiera con la stessa perizia con cui disegnano i contorni delle lettere con la penna.

Per fare spazio all’insegnamento dei nuovi media non si pensa di ridimensionare la didattica tradizionale. Si intende piuttosto garantire maggiore flessibilità agli insegnanti nella stesura dei programmi delle varie materie. Alcune scuole potranno, ad esempio, decidere di tralasciare il periodo vittoriano o la seconda guerra mondiale. Argomenti comunque ripresi e approfonditi nel corso del ciclo didattico successivo, quello che da noi corrisponde grosso modo alla scuola media.

Quest’idea di riforma ha già sollevato ampi dibattiti nel Regno Unito. Dibattiti a cui ha fatto eco parte del Web nostrano. Ci si chiede: “E’ opportuno insegnare gli aspetti sociali del Web ai bambini delle elementari?”

Secondo me non lo è. Innanzitutto perché i social media sono mondi progettati da adulti per adulti o per adolescenti. Il linguaggio di Twitter e Wikipedia non è dunque lo stesso di chi ascolta fiabe e crede a babbo natale. E poi i media digitali accelerano e replicano le informazioni a velocità già insostenibili per noi adulti, sempre più incapaci di regolare i rubinetti, per esempio, dei feed RSS.  Troppe informazioni per noi sono una valanga di stimoli potenzialmente travolgente per chi ha bisogno di tempo per imparare con calma a colorare stando dentro i margini, ad andare a capo e a dividere le torte in parti uguali.

(il Friuli — 3 aprile 2009)

Approfondimenti

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Buon Compleanno Twitter

scritto da Matteo Baldan il 18 aprile 2009

Twitter ha da poco compiuto tre anni. Nel 2006 Jack Dorsey scrisse il messaggio inaugurale del servizio di pubblicazione di messaggi non più lunghi di 140 caratteri. Il popolare servizio di microblogging nacque col nome di Twittr e un logo vagamente gommoso, diverso dal minuscolo azzurrino a cui siamo abituati.

twitter

twitter

Un compleanno questo che Twitter ha festeggiato con il botto. Stando alle rilevazioni di Nielsen Online, Twitter è la social media company che è cresciuta di più nell’ultimo anno. Con un incremento record del 1300 per cento ha fatto breccia soprattutto tra i non più giovani compresi tra i 35 e i 49 anni. Questi costituiscono il 42 per cento degli utenti, vale a dire tre milioni di microblogger. Twitter che non sfonda tra i teenager e i nativi digitali della generazione Y pare dunque essere una cosa per vecchi, digitalmente parlando.

E un autorevole vecchio è il più che quarantenne Om Malik, fondatore del megablog tecnologico GigaOm.com. Malik trova Twitter interessante sotto diversi aspetti. Innanzitutto Twitter è un buono strumento per entrare in contatto rapidamente con molte persone e costruire reti di sociali. Anche perché Twitter trova facilmente spazio in una normale giornata lavorativa trascorsa tra computer e telefoni. Poi Twitter è utile per sondare il mercato, intuire le ultime tendenze, i gusti del momento e gli interessi condivisi. Inoltre la brevità è l’essenza di Twitter. E questo fa risparmiare un sacco di tempo. In pochi minuti si possono passare in rassegna quintali di tweets, cioè di brevi messaggi. E infine uno degli aspetti più piacevoli di Twitter, forse il più piacevole, è la scoperta. I microblogger segnalano costantemente siti, articoli e contenuti interessanti che, come dice Malik, possono farci imbattere in idee nuove e punti di vista inediti.

(il Friuli — 27 marzo 2009)

Approfondimenti

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I Social Network sono “le nuove e-mail”?

scritto da Matteo Baldan il 10 aprile 2009

e-mailHa avuto ampia risonanza sui media la relazione della Nielsen, nota società di sondaggi, da cui risulta che i social media e i blog sono diventati più popolari della posta elettronica.

L’email è uno dei maggiori vantaggi finora concessi dal Web. Questo è fuori discussione. Il fatto che si dica che i social sono diventati più popolari dell’email fa dunque notizia. Tanto che BBC News ha titolato: “I Social networks sono le nuove e-mail”.

Ma che cosa significa che i social networks sono più popolari della posta elettronica? Niente, o quasi. Vuol semplicemente dire che la gente impiega più tempo a socializzare online che a scrivere e spedire messaggi di posta elettronica.

I social media e la posta elettronica sono applicazioni così diverse tra loro che non ha alcun senso paragonarle, come ha fatto la quasi totalità dei media che ha dato la notizia. David Waters della BBC, ad esempio, riporta che il fondatore del social network aziendale Yammer.com, David Sacks, sostiene che “stiamo per creare la mail 2.0”. Che Paul Buchheit, fondatore di Friendfeed.com, ritiene che gli aggiornamenti da parte dell’utente del proprio stato su un social “siano una nuova forma di comunicazione; non proprio come l’email, più leggera e in tempo reale, spesso con qualcosa che dà il senso della pubblicazione”. E che Ari Steinberg di Facebook pensa che prima con l’email si spedissero messaggi ad altre persone senza sapere se questi fossero di loro gradimento, mentre ora sui social si può pubblicare semplicemente qualcosa e vedere se interessa agli altri. Waters, dopo aver sentito voci non proprio disinteressate, vede, insomma, nell’aggiornamento del proprio stato su Facebook e gli altri social media un qualcosa che in un certo modo equivale all’imbustare e scaricare messaggi di posta elettronica. Ma, evidentemente, il paragone non regge. Si potrebbe, al limite, raffrontare i social ai vecchi newsgroup, certamente non all’email. E dire, come fa il Guardian, che la gente preferisce i social alla posta perché questa è sempre più infestata dallo spam è assurdo.

Resta vero il fatto che il tempo speso sui social è in rapida crescita e che oggi corrisponde circa al 10 per cento del tempo complessivamente dedicato al Web. Che con 175 milioni di utenti Facebook è il social più popolare al mondo. Che la fascia di età più coinvolta dai social è quella compresa tra i 35 e i 49 anni. E che i dispositivi mobili, come iPhone e cellulari dell’ultima generazione, contribuiscono sempre più al successo delle reti sociali.

March 2009, “Global Faces and Networked Faces by Nielsen

Global Faces and Networked Faces - Free Legal Forms

[Photo | via Flickr]

(il Friuli — 20 marzo 2009)

Approfondimenti

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